27 giu, 2019

TEATRO MINIMO

In programmazione

Stagione teatrale 2018-2019


 

Con il patrocinio di

 

L’uomo dal fiore in bocca

Luigi Pirandello


Harold PinterL’amante

 

dal programma di sala

Luigi Pirandello (1867-1936) –Nacque a Girgenti, oggi Agrigento, nella villa detta il “Caos”, in una famiglia della borghesia. Si interessò presto di letteratura e, dopo il liceo, frequentò le università di Palermo, Roma e Bonn, dove si laureò. Tornato in Italia nel 1892, si stabilì a Roma. Nel 1894 sposò la figlia di un socio del padre. Nel 1904, una crisi delle aziende familiari di zolfo rovinò il suo patrimonio e quello della moglie, che vide acuirsi i problemi di disagio mentale che già l’avevano colpita. Solo nel 1919 Pirandello la fece ricoverare in un ospedale psichiatrico. Nel frattempo egli si era dedicato all’insegnamento e dal 1897 al 1922 fu professore di stilistica prima e di letteratura italiana poi presso l’Istituto superiore di magistero di Roma. Nel primo novecento pubblicò poesie, saggi, romanzi e novelle. Esordì come commediografo nel 1910 con La morsa, seguita da Lumìe di Sicilia e nel 1915 da La ragione degli altri, opera del 1895. Fu però con i Sei personaggi in cerca d’autore (1921) che ottenne consensi di pubblico e di critica come drammaturgo. Nel 1925 fondò la “Compagnia del Teatro d’Arte”, con Marta Abba e Ruggero Ruggeri. Fu Accademico d’Italia dal 1929 e nel 1934 ottenne il Premio Nobel per la letteratura. Morì di polmonite a Roma, mentre stava lavorando a I giganti della montagna.

La produzione letteraria – Le sue novelle, molte delle quali divennero opere teatrali, sono raccolte in Novelle per un anno. Pirandello scrisse anche sette romanzi: tra cui L’esclusa (1901), Il fu Mattia Pascal (1904), I vecchi e i giovani (1913) e Uno, nessuno e centomila (1925).


Il pensiero – Pirandello teorizzò la crisi dell’io, a causa della quale “il nostro spirito consiste di frammenti … i quali si possono disgregare e ricomporre … talché possiamo comporre e costruire in noi stessi altri individui …. con propria coscienza, con propria intelligenza, …” In un universo in continuo divenire, ove la vita dipende da un flusso dominato dal caso, l’uomo si difende costruendo forme fisse, una specie di sistema sociale che lo lega a maschere. Fissare questo flusso equivale a non vivere. Così nasce il contrasto tra vita e forma, tra apparire ed essere, tra vita e arte. Tutti noi portiamo una maschera dietro la quale coesistono molte personalità e siamo “uno, nessuno e centomila”, così non possiamo capire né gli altri né noi stessi e vediamo la realtà a nostro modo. Di conseguenza non può esistere comunicazione su basi oggettive e condivise. Possiamo accettare la maschera, o rassegnarci ad essa e reagire in modo ironico o umoristico, o con disperazione, giungendo persino all’alienazione dagli altri e da noi stessi. L’unico modo per vivere è accettare il fatto di non avere un’identità precisa. Poiché la società crea ruoli e impone regole, l’uomo è perennemente sconfitto e può fuggire alle convenzioni solo con la follia.


La produzione teatrale – Può essere divisa in quattro fasi: il teatro siciliano, il teatro umoristico e grottesco, il teatro nel teatro, e il teatro dei miti. Nella prima fase Pirandello scrisse interamente in siciliano (Lumìe di Sicilia, Pensaci Giacomino, Liolà, ecc.). Nella seconda (Così è se vi pare, Il berretto a sonagli, Il piacere dell’onestà, Il giuoco delle parti, L’uomo, la bestia e la virtù, ecc.) egli introdusse una visione relativistica della realtà e cercò di esprimere la dimensione della vita al di là della maschera. La terza fase comprende Sei personaggi in cerca d’autore, Ciascuno a suo modo, Questa sera si recita a soggetto, Enrico IV, Vestire gli ignudi, L’uomo dal fiore in bocca, La vita che ti diedi, L’amica delle mogli, Trovarsi, ecc...In questa parte della sua produzione Pirandello introdusse la tecnica del “teatro nel teatro”, la dicotomia vita-arte e approdò anche alla drammaturgia dell’“angoscia esistenziale”, con l’interiorizzazione del contrasto “essere-apparire”. Nella quarta fase, che attraversò la sua opera dal 1928 al 1936, egli portò nel teatro significazioni simboliche e utopie sociali, religiose e artistiche (La nuova colonia, Lazzaro e I giganti della montagna).


L’uomo dal fiore in bocca- Scritta nel 1923 e ricavata dalla novella Caffè notturno, l’opera fu rappresentata al Teatro degli Indipendenti di Roma il 21 febbraio 1923, nell’allestimento di A.G. Bragaglia. Quando la compagnia si trasferì a Milano, il 10 giugno dello stesso anno, in uno spettacolo “sintetico” che abbinava balletti e altre opere, successe il finimondo.


La trama. Un uomo affetto da un male inguaribile (un epitelioma, “il fiore in bocca”) incontra un viaggiatore che ha perso il treno ed è seduto al caffè notturno in attesa del prossimo. Con costui l’uomo intavola un dialogo, che per la verità è più un monologo di grande intensità e drammaticità. Nelle sue parole, oltre alla certezza della morte imminente, le sue impressioni, i suoi ricordi, il rimpianto e il dolore per la vita che gli sta sfuggendo.


Harold Pinter – (Londra, 1930 - 2008) – drammaturgo, sceneggiatore e regista inglese. Nacque a Hackney, East London, da una famiglia ebrea. Dopo la scuola classica ottenne una borsa di studio per la Royal Academy of Dramatic Art, che lasciò dopo due semestri. Fu obiettore di coscienza e rifiutò di fare servizio militare. Scrisse poesia e opere teatrali e dal 1950 al 1956 lavorò come attore radiofonico alla BBC e dal 1954 al 1959 in compagnie di giro. Nel 1958 esordì come commediografo con Il compleanno, ma l’opera fu stroncata. Due anni dopo, invece, ottenne un grande successo con Il guardiano. Negli anni ’70 si dedicò maggiormente alla regia, come Associate Director del National Theatre (1973). Nel 1977 lasciò la moglie per la figlia maggiore del VIImo Lord Longford, cattolica, che sposò nel 1980, causando uno scandalo. In campo politico si oppose alla guerra in Nicaragua, al sostegno dato dagli USA alle dittature latino-americane e all’invasione dell’Afganistan e dell’Iraq da parte degli Stati Uniti. Nel 2005 gli fu assegnato il Nobel per la letteratura. Morì nel 2008, alla vigilia di Natale, dopo una lotta di sei anni contro un tumore esofageo.


Le sceneggiature – Per il cinema Pinter ha sceneggiato opere sue e di altri (circa 20). La sua fama come sceneggiatore iniziò con tre film di Joseph Losey, Il servo, 1963, L’ incidente, 1965, e Messaggero d’amore, 1971. Altra sceneggiatura importante fu La donna del tenente francese di Karel Reisz. Sceneggiò anche film basati sulle sue opere teatrali. .


Le opere teatrali – Scrisse 29 opere teatrali e 15 sketch e fu coautore di due lavori per il teatro e la radio. Nella sua produzione troviamo tre tipi diversi di opere: commedie della minaccia, commedie della memoria e commedie politiche.


Nelle commedie della minaccia (1957-1967) una situazione di quotidianità, apparentemente innocente diventa assurda e minacciosa, con i personaggi che si comportano in modo inspiegabile (La stanza, 1957, Il compleanno, 1958, La serra, 1958, Il calapranzi, 1959, Il guardiano, 1960, Il ritorno a casa, 1964, Un leggero fastidio, opera radiofonica, 1959, e Notte fuori, 1960.).


Le commedie della memoria (1968-1982) esplorano le ambiguità, i misteri e le bizzarrie della memoria. (Notte, 1969, Vecchi tempi, 1971, Terra di nessuno , 1975, Tradimenti, 1978, Voci di famiglia, 1981, Victoria Station, 1982, e Una specie di Alaska, 1982).


Le opere e gli sketch politici (1980-2000) sono più brevi, con critiche all’oppressione, alla tortura e a vari abusi dei diritti umani. ( Il bicchiere della staffa, 1984, Il linguaggio della montagna, 1988, The New World Order, 1991, Party Time, 1991, Chiaro di luna, 1993 e Cenere alle ceneri, 1996)


Le caratteristiche delle opere teatrali di Pinter – La maggior parte appartiene al Teatro dell’Assurdo. Come Kafka e Beckett, egli ripropone temi ricorrenti, alcuni più frequenti nelle prime opere, come ad esempio il senso di minaccia (fisica o psicologica), ricordi ossessionanti, l’immagine della stanza, la sfiducia nei legami famniliari, l’incapacità di comunicare, la solitudine, ecc.. In genere egli presenta una situazione o una serie di situazioni intrecciate, che evocano stati d’animo, sensazioni, atmosfere. Pinter usa una lingua particolare: dialoghi e monologhi riproducono l’inglese parlato, con cliché, ripetizioni, banalità ed errori di sintassi. Pause e silenzi, a volte molto lunghi, sono frequenti nelle sue indicazioni di scena e sono importanti come le parole perché aumentano il senso di timore e di mistero e/o mantengono alta la tensione drammatica. Il suo stile è stato definito “pinteresco”.


L’amante – Scritta nel 1962, l’opera fu mandata in onda per la prima volta dalla Associated-Rediffusion Television a Londra il 28 marzo 1963 e successivamente presentata il 18 settembre dello stesso anno all’Arts Theatre di Londra, per la regia dello stesso Pinter. E’ considerata un testo minore, benché non lo sia affatto e risulti in qualche modo esplosiva, sconcertante e inattesa per la tematica che affronta. Sara e Richard hanno inventato un ben strano gioco, che consente loro di reinterpretare la loro vita privata e sociale. .E’ un modo per tener vivo il loro rapporto, un alibi, una fuga da sé o dalla realtà o altro?

L’allestimento – Per le due opere, scena unica, che mette in risalto, più che le differenze, le somiglianze tra Pirandello e Pinter: le strettoie e le difficoltà della vita, l’uso della maschera che l’uno toglie e l’altro indossa, la speranza che comunque c’è semprein fondo al tunnel. Temi che regia e scenografia hanno teso ad evidenziare.

Durata: 1 h 20’ circa + intervallo

Regia

Valter Delcomune

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Scena e costumi


Franco Ubezio

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L’uomo dal fiore in bocca


L’uomo dal fiore          Giovanna Granchelli

L’avventore          Levend Hasani

Valter Delcomune

L’amante

Richard Davide Uggeri

Sarah Rachele Bertelli

John Sandro Boninsegna

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Collaborano

Fiorenza Bonamenti Sandro Boninsegna Sergio De Marchi

Servizio fotografico

Andrea Perina


 

Con il patrocinio di

 

 

 

Molière


Il medico per forza


dal programma di sala

 

Jean-Baptiste Poquelin detto Molière, commediografo e attore francese (Parigi, 1622-1673) Primogenito di Jean Poquelin, valet de chambre du roi (tappezziere del re), ebbe un’infanzia di lutti a causa della morte della madre prima e della matrigna poi. Visse a lungo nel quartiere parigino di Halles, dove conobbe la varietà della realtà umana. Ebbe un’istruzione umanistica nel collegio dei Gesuiti di Clermont, che frequentò dal 1636 al 1639. Poi portò a termine i corsi di diritto a Orléans. Da tempo, però, grazie al nonno, aveva imparato ad amare il teatro e dopo la licenza a Orléans cominciò a frequentarne gli ambienti. Qui conobbe Tiberio Fiorilli, il famoso Scaramouche, e l’attrice Madeleine Béjart. Così, nel 1643, decise di dedicarsi interamente al teatro, prese il nome di Molière e, con i fratelli Béjart fondò l’“Illustre Théatre”, di cui fu attore e direttore responsabile. La compagnia debuttò a Parigi il 1.01.1644, ma senza successo. A causa del dissesto finanziario Molière fu imprigionato per debiti. Tornato in libertà, abbandonò la capitale con alcuni membri del gruppo, iniziò la carriera di troupe ambulante e passò due o tre anni percorrendo la provincia francese con la compagnia di Charles du Fresne, finanziata dal duca di Epernon, governatore della Guienna. Nel 1650 ottenne la direzione di una compagnia e nel 1652 stabilì il proprio quartier generale a Lione, pur spostandosi in varie città e cittadine per rappresentare opere serie e comiche, tragedie e farse. Nel  nel 1653, il principe di Conti divenne il protettore della troupe Il lungo soggiorno in provincia a Molière permise un’osservazione diretta e precisa dei costumi e dei caratteri.. Nel 1658 egli tornò a Parigi e nell’ottobre dello stesso anno il gruppo con il nome di “la troupe de Monsieur”, accordato da Philippe d’Orléans,  recitò davanti alla corte e a re Luigi XIV in “Nicomède” di Corneille e “Le Docteur amoureux”. Il re fu entusiasta e concesse alla compagnia la sede del “Petit-Bourbon” e in seguito la sala del Palais-Royal, dove Molière portò in  scena tutte le sue opere fino alla morte. Qui egli rappresentò le due commedie che aveva portato dalla provincia, “Lo stordito” e “Il dispetto amoroso”, ispirate a opere italiane, prova che egli, come altri, prendeva a prestito dall’Italia i modelli e la concezione di comicità. Fu solo con “Le preziose ridicole” del dicembre 1659, una farsa in un atto, che egli presentò al pubblico un’opera del tutto originale. Con questa e con “Sganarello o il cornuto immaginario” egli finalmente raggiunse il successo. Nel 1662 sposò Armande Béjart, sorella o figlia di Madeleine. La vita di Molière fu di un’attività divorante: capocomico, attore sempre in scena malgrado una salute molto debole (soffriva di tubercolosi) e autore, egli non aveva un attimo di riposo. Più di una volta le sue opere suscitarono problemi e denunce, scandali e accuse di empietà. Nel 1673, durante una rappresentazione de “Il malato immaginario” ebbe una violenta crisi di emottisi, che lo portò quella notte stessa alla morte. Come tutti i commedianti, era scomunicato e solo grazie all’intervento del re fu sepolto nel cimitero di Saint-Eustache, a una profondità di quattro piedi, misura che fissava l’estensione in profondità della terra consacrata. Oggi la sua tomba si trova nel cimitero di Père Lachaise, accanto alla tomba di Jean de La Fontaine. Solo nel 1774 l’Accademia di Francia riconobbe il suo valore con una statua.

 

Le opere – Come commediografo fu molto prolifico. Scrisse farse, commedie di intrigo, commedie romanzesche,  di costume e di carattere. Delle numerose opere destinate al pubblico della provincia ci restano solo due campioni. La sua prima grande commedia, “Lo stordito o il contrattempo” risale al 1653 o al 1655. A partire da quella data fino alla morte compose più di venti opere, una o due all’anno, a volte in tre atti, a volte in cinque, sia in prosa che in versi, presentate nella sala del Palais-Royal, a Fontainebleau e a Versailles. Tra le più note troviamo “La scuola dei mariti” (1660), “La scuola delle mogli”(1662), “Tartufo” (1664), “Don Juan” (1665), “Il misantropo” (1666), “ “L’avaro” (1668), “Il borghese gentiluomo” (1670), “le donne sapienti” (1672), “Il malato immaginario” (1673).

Molière fu anche l’iniziatore della comédie-ballet, di cui fanno parte “Les facheux/Gli importuni” (1661), “Il matrimonio per forza” e “La principessa di Elide”, entrambe del 1664, prime di una lunga serie di intermezzi galanti e fastosi che tanto piacevano a Luigi XIV.  Ne scrisse circa 13, con la collaborazione musicale e coreografica di Lully-Beauchamp e di Charpentier-Beauchamp. Persino “Il malato immaginario” rientra in questo gruppo.

Numerose sono anche le opere in cui Molière affronta il tema della medicina e dei medici. Il ciclo comincia con la farsa “Il medico volante” (1659), prosegue con la commedia-balletto “L’amore medico” (1665), con “Il medico per forza” (1666) e dopo tre anni con “Monsieur de Pourceaugnac” per terminare nel 1673 con “Il malato immaginario”. La critica ha spiegato questa scelta dell’autore insistendo essenzialmente sugli elementi autobiografici, la sua tubercolosi, e sull’impossibilità delle cure (in particolare il salasso) di guarire la malattia. Solo apparentemente però Molière se la prende con i medici. In realtà il suo obiettivo è la medicina, che egli ritiene non al passo con i tempi.

 

Le caratteristiche della sua produzione – Allievo degli italiani della commedia dell’arte, Molière segue una grande regola: piacere alla platea e alla corte. Buona parte della sua produzione dimostra la sua preferenza per uno spettacolo in cui testo, musica e danza sono intimamente legati. In generale egli    costruisce l’azione con grande facilità, facendo nascere gli incidenti gli uni dagli altri. Lui stesso ammette di “dipingere da natura”, partendo da ciò che la realtà gli fornisce e spingendone i tratti fino alla caricatura.  Studia a fondo passioni, debolezze e vizi e con grande abilità pone i personaggi principali in ambienti e situazioni che fanno emergere tutti i lati del loro carattere e che possono suggerire riflessioni morali. In effetti nella prefazione di “Tartufo” egli sostiene l’utilità morale della commedia, probabilmente intendendo che chi cede a passioni, vizi, eccetera, ne subisce sempre le conseguenze e chi ad essi resiste è in pace con se stesso e si guadagna la stima degli altri. Mettendo in luce gli effetti comici della realtà contemporanea egli presenta anche problemi gravi e scottanti, come ad esempio l’educazione dei figli e delle donne e la libertà da concedere alle mogli. In questo modo, soprattutto con “La scuola delle mogli” e “Il misantropo”, egli introduce le idee che saranno alla base del teatro borghese.

La sua grande forza fu la disciplina rigorosa che egli impose ai suoi compagni e che ottenne da loro con il suo prestigio e la sua generosità. I contemporanei ammiravano moltissimo la precisione estrema delle sue produzioni, in cui ogni gesto, ogni passo, ogni occhiata erano accuratamente calcolati.

 

Il medico per forza - Si pensa che Molière abbia composto l’opera prendendo spunto da “Le vilain mire” (Le paysan médecin) un fabliau dei secoli XIII/XIV con l’obiettivo di sostenere “Il misantropo”, che non attirava molto pubblico. Ma questa operina accompagnò l’altra solo a partire dalla ventiquattresima replica. La prima assoluta ebbe luogo il 6 agosto 1666 al teatro del Palais-Royal di Parigi.

Sganarello è un boscaiolo beone, che batte sistematicamente la moglie Martina. Per vendicarsi questa lo segnala come grande luminare a due donne che cercano un medico per Lucinda, figlia di Gerontina, che ha perso l’uso della parola. Martina rivela loro che Sganarello ammette di essere medico solo dopo essere stato bastonato a dovere. Cosa che puntualmente accade. Condotto a casa di Gerontina, Sganarello incontra Lucinda, stupisce tutte le donne con le sue chiacchiere, corteggia la balia Giacomina e finge di diagnosticare la malattia della giovane. Lucinda però non è veramente muta: la malattia è un tiro mancino che essa gioca alla madre, che non vuole darla in sposa a Leandro, il suo innamorato. Sganarello si mette d’accordo con  Leandro, che, travestito da farmacista, incontra Lucinda e la rapisce. Accortasi dell’inganno, Gerontina vuole fare impiccare Sganarello. Ma…………

In quest’opera, come in altre, il personaggio principale è Sganarello, una figura comica che Molière probabilmente trasse dalle maschere del teatro italiano. Sganarello è generalmente presentato come un debole in balia delle circostanze e destinato a provare delusioni. Qui invece egli diventa impostore e si improvvisa medico, facendo il  verso ai medici e utilizzando un latino maccheronico, che risulta divertente. Tutti gli altri personaggi, creduloni o scettici e sospettosi, tipici di una realtà provinciale e contadina, ruotano attorno a lui, reagendo a seconda del suo comportamento..

Anche questa farsa contiene una morale: attenti agli imbroglioni e ai ciarlatani, che nascondono i propri loschi obiettivi sfoggiando cultura e sapienza. E il tema risulta quanto mai attuale.


L’allestimento - L’opera, originariamente in tre atti viene presentata in due tempi. Nel suo adattamento la regia ha cercato di ricreare lo spirito di Molière. E per offrire uno spettacolo leggero e divertente ha fatto ricorso ad una recitazione sopra le righe e a interventi musicali e di danza.

Durata: 1h 20’ circa + intervallo

Regia

Sergio De Marchi


Scena

Sergio De Marchi con la collaborazione di Franco Ubezio

 

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Sganarello                               Sergio De Marchi

Martina, moglie di Sganarello                   Angela Fornacciar

Roberta, vicina di Sganarello                     Isa Bonfà

Valeria, donna di fiducia di Gerontina      Gabriella Ferramola

Luchina, altra donna di Gerontina            Ivonne Paltrinieri

Gerontina, madre di Lucinda                     Fiorenza Bonamenti

Giacomina, balia in casa di Gerontina      Pierangela Giavazzi

Lucinda, figlia di Gerontina                       Ylenia Mezzani

Leandro, innamorato di Lucinda               Tes Lazzarini

Tibalda, cugina di Perrino   Isa Bonfà

Perrino, cugino di Tibalda    Sandro Boninsegna

Il musico          Gioele Malavasi

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Collaborano

Bruna Campi Valter Delcomune Franco Ubezio

Servizio fotografico

Andrea Perina

Accoglienza   Wanda Demarchi

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con la collaborazione di GRAZIA FERRAMOLA

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con il patrocinio del
L’istruttoria

oratorio in due tempi di Peter Weiss

dal programma di sala

Peter Weiss (1916-1982) -  Drammaturgo e scrittore tedesco. Di padre ebreo convertito al Protestantesimo, Weiss visse in gioventù a Brema e a Berlino. Nel 1934, per sfuggire al campo di concentramento, emigrò a Londra, poi a Praga, in Svizzera ed infine, nel 1939, a Stoccolma, ove ottenne la cittadinanza svedese.

Personalità ricca ed eclettica, fu anche pittore e disegnatore, regista e teorico del cinema d’avanguardia. Come scrittore divenne famoso grazie ad un racconto scritto nel 1952, ma pubblicato nel 1960, L’ombra del corpo del cocchiere, la sua opera narrativa più impegnata. Dopo alcuni scritti autobiografici e Il colloquio dei tre viandanti (1963), nel 1964 si dedicò al teatro, collocandosi tra le figure più in vista. Il breve ma intenso Notte con ospiti (1963) fu seguito da La persecuzione e l’assassinio di Jean-Paul Marat, rappresentati dai filodrammatici dell’ospizio di Charenton sotto la guida del signore di Sade, (1964), da cui il regista inglese Peter Brook trasse una edizione cinematografica.

La produzione di Weiss copre una vasta gamma compositiva, che va da Cantata del fantoccio lusitano (1966), pantomima anticolonialista, nel genere del dramma didattico di Brecht,  all’azione dichiaratamente politica e antimperialista di Discorso sulla preistoria e lo svolgimento della interminabile guerra nel Vietnam, (1967).

L’istruttoria (Die Ermittlung), oratorio in 11 canti, è basata sugli atti del processo agli aguzzini di Auschwitz, che si tenne a Francoforte sul Meno tra il 1963 e il 1965. Essa racconta, attraverso le parole di testimoni e vittime, l’agghiacciante cammino di sofferenza e di morte  all’interno del lager, dall’arrivo sulla banchina sino al momento finale. L’opera si connota quindi come documento di testimonianza civile e come definitivo e sconvolgente atto d’accusa contro il nazismo.

Essa fu rappresentata per la prima volta il 19 ottobre 1965 a Berlino Ovest e in altre 16 città, tra cui Londra.

A Parma, essa è diventata un importante appuntamento con la memoria, che Fondazione Teatro Due ripropone ogni anno dal 1984 per non dimenticare il dramma dei campi di sterminio.

L’allestimento del Teatro Minimo propone, a lettura interpretata, una scelta significativa degli 11 canti dell’oratorio. La riduzione nulla toglie alla drammaticità della narrazione, che procede con la massima semplicità, ma in modo incalzante,  privilegiando la “parola”.     

Vengono presentati in adattamento i seguenti canti:

  • Canto della banchina
  • Canto del lager
  • Canto dell’altalena
  • Canto della fine di Lili Tofler
  • Canto della parete nera
  • Canto del fenolo
  • Canto del Bunkerblock

Regia

Valter Delcomune

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Scena e costumi

Franco Ubezio

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Foto

Andrea Perina

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con

Fiorenza Bonamenti  Valter Delcomune

Sergio De Marchi  Stanislao Fezzi  Marco Meloni

Ylenia Mezzani Lucia Predari Marisa Taffelli   Franco Ubezio

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collaborano

Sandro Boninsegna e Wanda Demarchi


con il patrocinio del

La guerra spiegata ai poveri

 

di Ennio Flaiano

dal programma di sala

Ennio Flaiano (Pescara 1910- Roma 1972) – Sceneggiatore, scrittore, giornalista, umorista, critico. Ultimo di sette figli, ebbe un’infanzia di viaggi tra Pescara, Camerino, Senigallia, Fermo e Chieti. Nel 1922 arrivò a Roma, dove compì gli studi secondari fino al liceo artistico. Si iscrisse poi alla facoltà di architettura, ma non terminò gli studi universitari. All’inizio degli anni trenta collaborò come scenografo con Anton Giulio Bragaglia, fece conoscenza con giornalisti ed editori e cominciò a pubblicare su riviste letterarie. Dal 1933 al 1936, dopo un soggiorno a Pavia per frequentare la Scuola Ufficiali, partecipò alla guerra di Etiopia. Di ritorno a Roma, nel 1939, cominciò ad occuparsi di cinema collaborando con “Oggi”, e frequentò spesso personaggi della vita letteraria e artistica romana, tra cui Aldo Palazzeschi, Carlo Levi, Sandro Penna, Vitaliano Brancati, Vincenzo Cardarelli, ma anche Irving Penn, Orson Welles ecc.. All’inizio degli anni quaranta cominciò a collaborare con diversi altri giornali per cui scrisse articoli di critica teatrale, recensioni letterarie e cinematografiche. Nello stesso anno sposò Rosetta Rota, sorella di Nino Rota e zia di Giancarlo Rota. Dal matrimonio nacque Luisa, soprannominata Lelè, che a otto mesi si ammalò di una gravissima encefalopatia. La malattia di Lelè segnò profondamente la vita di Flaiano. L’attività di sceneggiatore cinematografico del nostro iniziò nel 1943. Dal 1945 in poi prestò la sua opera in vari quotidiani e riviste. Nel 1947 vinse il primo Premio Strega con Tempo di uccidere. Dallo stesso anno fino al 1951 si concentrò solo su “Il Mondo”, di cui fu caporedattore. Contemporaneamente, e fino al 1971, fu a fianco di grandi registi. Ma non abbandonò l’attività di giornalista, pubblicando sul Corriere della Sera, Corriere d’Informazione, L’Espresso, poi dal 1964 su L’Europeo. Negli anni sessanta iniziò un periodo di viaggi e di relazioni internazionali: si recò in Spagna, a Parigi, ad Amsterdam, a Hong Kong negli Stati Uniti, ecc., collaborando anche con registi stranieri. Nel marzo 1970 ebbe un primo infarto, che lo indusse a ritirarsi dalla vita attiva e a riordinare tutte le sue carte. Pubblicò l’ultimo articolo sul Corriere della sera il 5 novembre 1972. Il 20 novembre fu colpito da un secondo gravissimo infarto, che gli fu fatale. L’amatissima figlia Lelè morirà vent’anni dopo. Nel 1974 fu istituito, in sua memoria, il Premio Flaiano per soggettisti e sceneggiatori, che si tiene ogni anno a Pescara.

Le caratteristiche della sua produzioneAutore molto eclettico, Flaiano spaziò in una grande varietà di campi, passando con facilità dal giornalismo alla prosa e alla scrittura umoristica, dalla critica teatrale e cinematografica al teatro e al cinema vero e proprio. Tutta la sua produzione, indipendentemente dal genere, si caratterizza per lo stile chiaro, colorito e forbito. Il suo genio multiforme sapeva cogliere gli aspetti più paradossali della vita e della realtà del tempo, che egli interpretò e descrisse con una vena ironica e satirica e un grande senso del grottesco. Dietro il riso, a volte amaro, che le sue farse, le sue affermazioni e i suoi aforismi suscitano vi è tuttavia, sempre, la profondità di un pensiero realistico, privo di illusioni e improntato ad un forte senso morale.

Flaiano letterato e giornalista Esordì come narratore nel 1947, con “Tempo di uccidere” sulla sua esperienza in Etiopia, scritto in soli tre mesi, dietro richiesta di Leo Longanesi. Unico romanzo di Flaiano, “Tempo di uccidere” gli valse il primo Premio Strega. Egli scriverà poi solo racconti, tra cui “Una e una notte” (1959), “Il gioco e il massacro” (1970), che vinse il Premio Campiello in quello stesso anno. Nel 1956 Bompiani pubblicò “Diario notturno”, raccolta di articoli dalla omonima rubrica tenuta come redattore de “Il Mondo”. Nel 1972 pubblicò anche “Le ombre bianche”, raccolta di elzeviri (satire di costume). Postumo, nel 1973, uscì infine “La solitudine del satiro”, che raccoglie articoli pubblicati sul “Mondo” e sul “Corriere della sera”, insieme ad articoli vari, parzialmente inediti, raccolti dall’autore con il titolo “I fogli di Via Veneto”. Nel 1976 venne infine pubblicato “Il Diario degli Errori”, appunti dal 1950 al 1972, in cui l’Italia del tempo viene dipinta con ironia e a tratti con cinismo e disincanto.

Flaiano soggettista e sceneggiatore cinematograficoA partire dal 1942 la sua attività nel campo aumentò di anno in anno. In questo ambito egli lavorò molto con Federico Fellini, in “Luci del varietà”, “Lo sceicco bianco”, “Otto e mezzo”, “I vitelloni”, “La strada”, “Le notti di Cabiria” “La dolce vita”, “Giulietta degli spiriti” e con Antonioni in “La notte”. Egli ebbe tuttavia altre collaborazioni con Mario Soldati, Mario Monicelli, Alberto Lattuada, William Wyler, Dino Risi, Pietro Germi, per citare solo alcuni tra i registi più noti.

Flaiano drammaturgo – Nel 1939 cominciò ad interessarsi di teatro, di cui scrisse su “Oggi” e su “Europeo”. La sua attenzione si concentrò soprattutto sul teatro d’avanguardia, come il Living Theatre e le performance di Carmelo Bene. Esordì come autore drammatico nel 1946, con l’atto unico “La guerra spiegata ai poveri”. Altri atti unici vennero rappresentati nel 1960: “La donna nell’armadio” e “Il caso Papaleo”. Del 1960 è pure la versione teatrale di Un marziano a Roma”, racconto omonimo del 1954. L’ultima opera teatrale “Conversazione continuamente interrotta” fu messa in scena a Roma, nel 1972, poco prima della morte dell’autore.

La guerra spiegata ai poveriFlaiano compose “La guerra spiegata ai poverinel 1946. Vi lavorò pochissimo tempo e la fece rappresentare nel maggio dello stesso anno all’Arlecchino di Roma, un teatrino d’avanguardia. In quell’occasione un giovane Gassman interpretava il ruolo dell’usciere. Definita da un critico “brillante saggio di umorismo caustico e irriverente nei confronti dei miti della società borghese”, l’opera è una presa di posizione in chiave ironica, e più spesso farsesca e grottesca, contro la guerra e i suoi fautori ad ogni costo. La trama è molto semplice. Un gruppo di alti “papaveri” capeggiati da un Presidente e da un Generale sono riuniti per pianificare le strategie per una guerra appena iniziata. Nel corso dell’incontro essi esprimono la loro visione della guerra, che concepiscono come evento rassicurante e vantaggioso. Giunge ad un certo momento un giovane, che si rifiuta di andare alla guerra perché non sa che cosa sia. Tutti si danno da fare per spiegargliela e per esaltarne la bellezza e la poesia. Passa il tempo. La guerra sta finendo, ma il gruppo è ancora lì. Questa volta in attesa di progettare il prossimo conflitto.

I personaggi - La maggior parte dei personaggi è “sopra le righe”. I loro discorsi, infarciti di assurdità incredibili, dimostrano fino a che punto possono arrivare la cecità e la stupidità umana. Progettare la guerra e giocare con la vita degli altri sono per loro una specie di passatempo da perpetuare e nel quale indulgere.

L’allestimentoLa regia ha volutamente accentuato gli elementi satirici e grotteschi del testo, puntando sul contrasto tra la serietà con cui i personaggi discutono e la vacuità delle loro considerazioni. L’azione si svolge in un ambiente pieno di giocattoli, una specie di sala giochi e, per evidenziare gli aspetti ludici della situazione, i personaggi si trastullano con i vari oggetti, mentre discutono di piani, si armamenti e di vite umane da sacrificare.

Durata prevista: h.1.20 circa

Regia

Sergio De Marchi

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Il Presidente             Ivonne Paltrinieri

Il Generale                Sergio De Marchi

La Signora                      Fiorenza Bonamenti

Il Perito Religioso          Angela Fornacciari

Il Consigliere                   Pierangela Giavazzi

Il Giovane                       Amedeo De Micheli

Il Ministro                           Gabriella Ferramola

Nini                               Bruna Campi

L’ambasciatore                    Olga Kashchuk

Isa Bonfà

Luigi Paini

Lo Studente                   Tes Lazzarini

L'Usciere                        Sandro Boninsegna

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Collaborano

Valter Delcomune Franco Ubezio Carmen Nicoleta Zamfira

Servizio fotografico

Andrea Perina

Accoglienza Wanda Demarchi

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Con la collaborazione di FALEGNAMERIA VENERI


Harold Pinter (Londra, 1930 – 2008) drammaturgo e sceneggiatore inglese. Nacque a Hackney, East London, in una zona operaia, da una famiglia ebrea, forse di origine ucraina e polacca. Frequentò una scuola classica locale, dove maturò la passione per il teatro e il cricket. Ottenne una borsa di studio per frequentare recitazione alla Royal Academy of Dramatic Art, ma lasciò la scuola dopo due semestri. Come obiettore di coscienza, rifiutò anche di fare servizio militare. Si dedicò poi a scrivere poesia e opere teatrali e per alcuni anni (1950-1956) lavorò come attore radiofonico alla BBC e dal 1954 al 1959 in compagnie di giro. Durante una tournée incontrò l’attrice Vivien Marchant, che divenne sua moglie e l’interprete dei principali ruoli femminili nelle sue prime opere. Nel 1958 esordì come commediografo in un piccolo teatro londinese con Il compleanno, ma l’opera fu stroncata dalla critica. Due anni dopo, invece, con Il guardiano ottenne un grande successo e il suo nome iniziò ad affermarsi sulla scena teatrale londinese Negli anni ’70 si dedicò maggiormente alla regia come Associate Director del National Theatre (1973). Nel 1977 lasciò la moglie per Antonia Fraser, figlia maggiore del VII Lord Longford, cattolica, che sposò nel 1980, causando uno scandalo. L’opera Tradimenti è considerata una rappresentazione di questa storia d’amore, ma in realtà si basa su una relazione che l’autore aveva avuto sette anni prima con una presentatrice televisiva. In campo politico Pinter fu molto attivo. Si oppose alla guerra in Nicaragua, al sostegno dato dagli USA alle dittature latino-americane e all’invasione dell’Afganistan e dell’Iraq da parte degli Stati Uniti. Sulla guerra in Iraq fu molto critico e definì il Presidente Bush un “assassino di massa” e Blair un “idiota”. Nel 2005 dichiarò che aveva smesso di scrivere per il teatro e che si sarebbe dedicato alla poesia e alla politica. Quello stesso anno gli fu assegnato il Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: “Nelle sue commedie scopre il baratro che sta sotto le chiacchiere di tutti i giorni e spinge ad entrare nelle stanze chiuse dell’oppressione”. Nel 2006 gli fu conferito il Premio Europa per il Teatro. Morì nel 2008, alla vigilia di Natale, dopo una lotta di sei anni contro un tumore esofageo.

Le sceneggiature – Per il cinema Pinter ha sceneggiato opere sue e di altri (circa 20). La sua fama come sceneggiatore iniziò con tre scritture per film di Joseph Losey, Il servo, 1963, L’ incidente, 1965, e Messaggero d’amore, 1971. Altra sceneggiatura importante fu La donna del tenente francese di Karel Reisz. Tra i film basati sulle sue opere teatrali figurano Il guardiano, 1963, Il compleanno, 1968, Il ritorno a casa, 1973, e Tradimenti, 1983.

Le opere teatrali – Fu autore di 29 opere teatrali e 15 sketch e coautore di due lavori per il teatro e la radio. La sua prima commedia fu La stanza, 1957, ma le sue opere non furono prese in considerazione fino al 1960, quando presentò Il guardiano. Nella sua produzione possiamo trovare tre tipi diversi di opere: le commedie della minaccia, le commedie della memoria e le commedie politiche.

Le commedie della minaccia (1957-1967) di solito iniziano con una situazione di grande quotidianità, apparentemente innocente, che diventa poi assurda e minacciosa, con i personaggi che si comportano in modo inspiegabile. Appartengono a questo gruppo La stanza, 1957, Il compleanno, 1958, La serra, 1958, Il calapranzi, 1959, Il guardiano, 1960, Il ritorno a casa, 1964, Un leggero fastidio, opera radiofonica, 1959, e Notte fuori, 1960..

Le commedie della memoria (1968-1982) esplorano le ambiguità, i misteri, le bizzarrie e altre caratteristiche della memoria. Tra le più note figurano Notte, 1969, Vecchi tempi, 1971, Terra di nessuno, 1975, Tradimenti, 1978, Voci di famiglia, 1981, Victoria Station, 1982, e Una specie di Alaska, 1982. Alcune delle opere tarde di Pinter, quali Party Time, 1991, e Chiaro di luna, 1993, attingono alla drammaturgia della memoria.

Opere e sketch politici (1980-2000) - In questa fase le opere tendono a diventare più brevi e più apertamente politiche, con critiche all’oppressione, alla tortura e ad altri abusi dei diritti umani. In questo gruppo troviamo l’atto unico Il bicchiere della staffa, 1984, Il linguaggio della montagna, 1988, The New World Order, 1991, Party Time , 1991, Chiaro di luna, 1993, e Ceneri alle ceneri, 1996.

Le caratteristiche delle opere teatrali di Pinter – Le sue opere teatrali appartengono al Teatro dell’Assurdo. Come Kafka e Beckett, i suoi più importanti predecessori, egli ripropone temi ricorrenti, alcuni più frequenti nelle prime opere, come ad esempio il senso di minaccia (vuoi fisica vuoi psicologica), ricordi ossessionanti, l’immagine della stanza, la sfiducia nei legami famniliari, l’incapacità di comunicare, la solitudine, ecc.. Le sue opere presentano una situazione o una serie di situazioni intrecciate, che evocano stati d’animo, sensazioni, atmosfere.

Egli usa una lingua diversa da quella degli altri esponenti dell’assurdo: i suoi dialoghi e i suoi monologhi riproducono fedelmente l’inglese parlato, con cliché, ripetizioni, banalità, errori di sintassi. Spesso essi presentano sfumature, qualità poetiche e musicalità dovute soprattutto all’esperienza di Pinter come attore e poeta. Pause e silenzi, a volte molto lunghi, sono frequenti nelle sue indicazioni di scena e sono importanti come le parole perché aumentano il senso di timore e di mistero e mantengono alta la tensione drammatica. Il suo stile particolare è stato definito “pinteresco”.

VOCI DI FAMIGLIA – Lo spettacolo comprende tre atti unici, Una specie di Alaska, Victoria Station e Voci di Famiglia, tratti dalla raccolta Altri Luoghi, preceduti da una introduzione.

Introduzione Fa parte di un gruppo di brevi opere sul matrimonio. Due coniugi rievocano il loro primo incontro in gioventù, quando si innamorarono. Essi rivivono il passato in modo diverso, ma con molta calma, benché tra loro queste differenze costituiscano una tragica linea di divisione, che potrebbe trasformarsi in abisso. Il tono dello sketch è malinconico. L’opera fu presentata per la prima volta nell’aprile 1969 al Comedy Theatre di Londra.

Una specie di Alaska – Pinter stesso rivelò la fonte di Una specie di Alaska: il libro “Risvegli” di Oliver Sacks sulla encephalitis letargica, un’epidemia che colpì il mondo nel 1916, e sul farmaco LDOPA, che apparentemente risolse il problema. L’opera, scritta nel 1982, presenta il risveglio di Deborah, dopo un letargo di 29 anni. Faticosamente, la donna ricorda sprazzi di vita, in cui compaiono madre, padre, il cane, il boyfriend ecc.. Alcuni critici hanno visto Una specie di Alaska come una metafora del passare del tempo e della sensazione che tutti o quasi tutti hanno o abbiamo di non averlo vissuto appieno o di non ricordare come lo abbiamo vissuto. L’opera fu presentata per la prima volta, con Victoria Station e Voci di famiglia , al National Theatre di Londra nell’ ottobre 1982.

Victoria Station – E’ un dialogo radiofonico tra un centralinista di radiotaxi e un tassista, fermo di fianco a un parco buio. Il centralinista vuole che il tassista prelevi un cliente a Victoria Station. Questi però rifiuta di muoversi a causa del cliente addormentato sul sedile posteriore, una lei, di cui si è follemente innamorato. L’umore del centralinista passa dallo sconcerto all’irritazione alla rabbia alla compassione. Anche il tono dell’opera cambia da comico a cupo e minaccioso. Infine il controllore cede.

Scritto anch’esso nel 1982, l’atto unico fu rappresentato come parte del trittico Altri luoghi al National Theatre di Londra, nell’ottobre del 1982.

Due curiosità: l’opera è stata rappresentata dalla Compagnia del Teatro Arsenale alla Stazione Centrale di Milano e nel carcere di San Vittore dalla Compagnia “La nave dei folli”, formata da detenuti ed ex detenuti.

Voci di famiglia – E’ un’opera radiofonica, che alterna, come in una corrispondenza epistolare, la voce di un giovane e quella di una donna, che sembra essere sua madre. Verso la fine interviene una terza voce, quella di un uomo, il padre del giovane. Ciascuno dei tre racconta la propria quotidianità e i propri ricordi da un punto di vista univoco, senza dar segno di ascoltare gli altri. Voci di famiglia sottolinea il difficile rapporto madre-figlio, le difficoltà di comunicazione e la disgregazione della famiglia. L’opera, scritta nel 1980, è stata mandata in onda per la prima volta nel gennaio 1981 dalla terza rete radiofonica della BBC.

L’allestimento -. La regia ha voluto riprodurre la versione originale degli atti unici, che furono presentati come opere radiofoniche. Percezioni, sensazioni, atmosfere vengono così costruite e trasmesse da voci “d’acciaio”, voci microfonate, con gli attori spesso nascosti. La scenografia ha assecondato questa lettura, creando barriere divisorie e un buio di “plastica”, che accentua il tema della difficoltà, quando non della mancanza, di comunicazione tra i personaggi.

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