14 nov, 2019

TEATRO MINIMO

In programmazione

Stagione teatrale 2019-2020


 

Con il patrocinio di

 

 

 

Molière


Il medico per forza


dal programma di sala

 

Jean-Baptiste Poquelin detto Molière, commediografo e attore francese (Parigi, 1622-1673) Primogenito di Jean Poquelin, valet de chambre du roi (tappezziere del re), ebbe un’infanzia di lutti a causa della morte della madre prima e della matrigna poi. Visse a lungo nel quartiere parigino di Halles, dove conobbe la varietà della realtà umana. Ebbe un’istruzione umanistica nel collegio dei Gesuiti di Clermont, che frequentò dal 1636 al 1639. Poi portò a termine i corsi di diritto a Orléans. Da tempo, però, grazie al nonno, aveva imparato ad amare il teatro e dopo la licenza a Orléans cominciò a frequentarne gli ambienti. Qui conobbe Tiberio Fiorilli, il famoso Scaramouche, e l’attrice Madeleine Béjart. Così, nel 1643, decise di dedicarsi interamente al teatro, prese il nome di Molière e, con i fratelli Béjart fondò l’“Illustre Théatre”, di cui fu attore e direttore responsabile. La compagnia debuttò a Parigi il 1.01.1644, ma senza successo. A causa del dissesto finanziario Molière fu imprigionato per debiti. Tornato in libertà, abbandonò la capitale con alcuni membri del gruppo, iniziò la carriera di troupe ambulante e passò due o tre anni percorrendo la provincia francese con la compagnia di Charles du Fresne, finanziata dal duca di Epernon, governatore della Guienna. Nel 1650 ottenne la direzione di una compagnia e nel 1652 stabilì il proprio quartier generale a Lione, pur spostandosi in varie città e cittadine per rappresentare opere serie e comiche, tragedie e farse. Nel  nel 1653, il principe di Conti divenne il protettore della troupe Il lungo soggiorno in provincia a Molière permise un’osservazione diretta e precisa dei costumi e dei caratteri.. Nel 1658 egli tornò a Parigi e nell’ottobre dello stesso anno il gruppo con il nome di “la troupe de Monsieur”, accordato da Philippe d’Orléans,  recitò davanti alla corte e a re Luigi XIV in “Nicomède” di Corneille e “Le Docteur amoureux”. Il re fu entusiasta e concesse alla compagnia la sede del “Petit-Bourbon” e in seguito la sala del Palais-Royal, dove Molière portò in  scena tutte le sue opere fino alla morte. Qui egli rappresentò le due commedie che aveva portato dalla provincia, “Lo stordito” e “Il dispetto amoroso”, ispirate a opere italiane, prova che egli, come altri, prendeva a prestito dall’Italia i modelli e la concezione di comicità. Fu solo con “Le preziose ridicole” del dicembre 1659, una farsa in un atto, che egli presentò al pubblico un’opera del tutto originale. Con questa e con “Sganarello o il cornuto immaginario” egli finalmente raggiunse il successo. Nel 1662 sposò Armande Béjart, sorella o figlia di Madeleine. La vita di Molière fu di un’attività divorante: capocomico, attore sempre in scena malgrado una salute molto debole (soffriva di tubercolosi) e autore, egli non aveva un attimo di riposo. Più di una volta le sue opere suscitarono problemi e denunce, scandali e accuse di empietà. Nel 1673, durante una rappresentazione de “Il malato immaginario” ebbe una violenta crisi di emottisi, che lo portò quella notte stessa alla morte. Come tutti i commedianti, era scomunicato e solo grazie all’intervento del re fu sepolto nel cimitero di Saint-Eustache, a una profondità di quattro piedi, misura che fissava l’estensione in profondità della terra consacrata. Oggi la sua tomba si trova nel cimitero di Père Lachaise, accanto alla tomba di Jean de La Fontaine. Solo nel 1774 l’Accademia di Francia riconobbe il suo valore con una statua.

 

Le opere – Come commediografo fu molto prolifico. Scrisse farse, commedie di intrigo, commedie romanzesche,  di costume e di carattere. Delle numerose opere destinate al pubblico della provincia ci restano solo due campioni. La sua prima grande commedia, “Lo stordito o il contrattempo” risale al 1653 o al 1655. A partire da quella data fino alla morte compose più di venti opere, una o due all’anno, a volte in tre atti, a volte in cinque, sia in prosa che in versi, presentate nella sala del Palais-Royal, a Fontainebleau e a Versailles. Tra le più note troviamo “La scuola dei mariti” (1660), “La scuola delle mogli”(1662), “Tartufo” (1664), “Don Juan” (1665), “Il misantropo” (1666), “ “L’avaro” (1668), “Il borghese gentiluomo” (1670), “le donne sapienti” (1672), “Il malato immaginario” (1673).

Molière fu anche l’iniziatore della comédie-ballet, di cui fanno parte “Les facheux/Gli importuni” (1661), “Il matrimonio per forza” e “La principessa di Elide”, entrambe del 1664, prime di una lunga serie di intermezzi galanti e fastosi che tanto piacevano a Luigi XIV.  Ne scrisse circa 13, con la collaborazione musicale e coreografica di Lully-Beauchamp e di Charpentier-Beauchamp. Persino “Il malato immaginario” rientra in questo gruppo.

Numerose sono anche le opere in cui Molière affronta il tema della medicina e dei medici. Il ciclo comincia con la farsa “Il medico volante” (1659), prosegue con la commedia-balletto “L’amore medico” (1665), con “Il medico per forza” (1666) e dopo tre anni con “Monsieur de Pourceaugnac” per terminare nel 1673 con “Il malato immaginario”. La critica ha spiegato questa scelta dell’autore insistendo essenzialmente sugli elementi autobiografici, la sua tubercolosi, e sull’impossibilità delle cure (in particolare il salasso) di guarire la malattia. Solo apparentemente però Molière se la prende con i medici. In realtà il suo obiettivo è la medicina, che egli ritiene non al passo con i tempi.

 

Le caratteristiche della sua produzione – Allievo degli italiani della commedia dell’arte, Molière segue una grande regola: piacere alla platea e alla corte. Buona parte della sua produzione dimostra la sua preferenza per uno spettacolo in cui testo, musica e danza sono intimamente legati. In generale egli    costruisce l’azione con grande facilità, facendo nascere gli incidenti gli uni dagli altri. Lui stesso ammette di “dipingere da natura”, partendo da ciò che la realtà gli fornisce e spingendone i tratti fino alla caricatura.  Studia a fondo passioni, debolezze e vizi e con grande abilità pone i personaggi principali in ambienti e situazioni che fanno emergere tutti i lati del loro carattere e che possono suggerire riflessioni morali. In effetti nella prefazione di “Tartufo” egli sostiene l’utilità morale della commedia, probabilmente intendendo che chi cede a passioni, vizi, eccetera, ne subisce sempre le conseguenze e chi ad essi resiste è in pace con se stesso e si guadagna la stima degli altri. Mettendo in luce gli effetti comici della realtà contemporanea egli presenta anche problemi gravi e scottanti, come ad esempio l’educazione dei figli e delle donne e la libertà da concedere alle mogli. In questo modo, soprattutto con “La scuola delle mogli” e “Il misantropo”, egli introduce le idee che saranno alla base del teatro borghese.

La sua grande forza fu la disciplina rigorosa che egli impose ai suoi compagni e che ottenne da loro con il suo prestigio e la sua generosità. I contemporanei ammiravano moltissimo la precisione estrema delle sue produzioni, in cui ogni gesto, ogni passo, ogni occhiata erano accuratamente calcolati.

 

Il medico per forza - Si pensa che Molière abbia composto l’opera prendendo spunto da “Le vilain mire” (Le paysan médecin) un fabliau dei secoli XIII/XIV con l’obiettivo di sostenere “Il misantropo”, che non attirava molto pubblico. Ma questa operina accompagnò l’altra solo a partire dalla ventiquattresima replica. La prima assoluta ebbe luogo il 6 agosto 1666 al teatro del Palais-Royal di Parigi.

Sganarello è un boscaiolo beone, che batte sistematicamente la moglie Martina. Per vendicarsi questa lo segnala come grande luminare a due donne che cercano un medico per Lucinda, figlia di Gerontina, che ha perso l’uso della parola. Martina rivela loro che Sganarello ammette di essere medico solo dopo essere stato bastonato a dovere. Cosa che puntualmente accade. Condotto a casa di Gerontina, Sganarello incontra Lucinda, stupisce tutte le donne con le sue chiacchiere, corteggia la balia Giacomina e finge di diagnosticare la malattia della giovane. Lucinda però non è veramente muta: la malattia è un tiro mancino che essa gioca alla madre, che non vuole darla in sposa a Leandro, il suo innamorato. Sganarello si mette d’accordo con  Leandro, che, travestito da farmacista, incontra Lucinda e la rapisce. Accortasi dell’inganno, Gerontina vuole fare impiccare Sganarello. Ma…………

In quest’opera, come in altre, il personaggio principale è Sganarello, una figura comica che Molière probabilmente trasse dalle maschere del teatro italiano. Sganarello è generalmente presentato come un debole in balia delle circostanze e destinato a provare delusioni. Qui invece egli diventa impostore e si improvvisa medico, facendo il  verso ai medici e utilizzando un latino maccheronico, che risulta divertente. Tutti gli altri personaggi, creduloni o scettici e sospettosi, tipici di una realtà provinciale e contadina, ruotano attorno a lui, reagendo a seconda del suo comportamento..

Anche questa farsa contiene una morale: attenti agli imbroglioni e ai ciarlatani, che nascondono i propri loschi obiettivi sfoggiando cultura e sapienza. E il tema risulta quanto mai attuale.


L’allestimento - L’opera, originariamente in tre atti viene presentata in due tempi. Nel suo adattamento la regia ha cercato di ricreare lo spirito di Molière. E per offrire uno spettacolo leggero e divertente ha fatto ricorso ad una recitazione sopra le righe e a interventi musicali e di danza.

Durata: 1h 20’ circa + intervallo

Regia

Sergio De Marchi


Scena

Sergio De Marchi con la collaborazione di Franco Ubezio

 

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Sganarello                               Sergio De Marchi

Martina, moglie di Sganarello                   Angela Fornacciar

Roberta, vicina di Sganarello                     Isa Bonfà

Valeria, donna di fiducia di Gerontina      Gabriella Ferramola

Luchina, altra donna di Gerontina            Ivonne Paltrinieri

Gerontina, madre di Lucinda                     Fiorenza Bonamenti

Giacomina, balia in casa di Gerontina      Pierangela Giavazzi

Lucinda, figlia di Gerontina                       Ylenia Mezzani

Leandro, innamorato di Lucinda               Tes Lazzarini

Tibalda, cugina di Perrino   Isa Bonfà

Perrino, cugino di Tibalda    Sandro Boninsegna

Il musico          Gioele Malavasi

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Collaborano

Bruna Campi Valter Delcomune Franco Ubezio

Servizio fotografico

Andrea Perina

Accoglienza   Wanda Demarchi

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con la collaborazione di GRAZIA FERRAMOLA

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Harold Pinter (Londra, 1930 – 2008) drammaturgo e sceneggiatore inglese. Nacque a Hackney, East London, in una zona operaia, da una famiglia ebrea, forse di origine ucraina e polacca. Frequentò una scuola classica locale, dove maturò la passione per il teatro e il cricket. Ottenne una borsa di studio per frequentare recitazione alla Royal Academy of Dramatic Art, ma lasciò la scuola dopo due semestri. Come obiettore di coscienza, rifiutò anche di fare servizio militare. Si dedicò poi a scrivere poesia e opere teatrali e per alcuni anni (1950-1956) lavorò come attore radiofonico alla BBC e dal 1954 al 1959 in compagnie di giro. Durante una tournée incontrò l’attrice Vivien Marchant, che divenne sua moglie e l’interprete dei principali ruoli femminili nelle sue prime opere. Nel 1958 esordì come commediografo in un piccolo teatro londinese con Il compleanno, ma l’opera fu stroncata dalla critica. Due anni dopo, invece, con Il guardiano ottenne un grande successo e il suo nome iniziò ad affermarsi sulla scena teatrale londinese Negli anni ’70 si dedicò maggiormente alla regia come Associate Director del National Theatre (1973). Nel 1977 lasciò la moglie per Antonia Fraser, figlia maggiore del VII Lord Longford, cattolica, che sposò nel 1980, causando uno scandalo. L’opera Tradimenti è considerata una rappresentazione di questa storia d’amore, ma in realtà si basa su una relazione che l’autore aveva avuto sette anni prima con una presentatrice televisiva. In campo politico Pinter fu molto attivo. Si oppose alla guerra in Nicaragua, al sostegno dato dagli USA alle dittature latino-americane e all’invasione dell’Afganistan e dell’Iraq da parte degli Stati Uniti. Sulla guerra in Iraq fu molto critico e definì il Presidente Bush un “assassino di massa” e Blair un “idiota”. Nel 2005 dichiarò che aveva smesso di scrivere per il teatro e che si sarebbe dedicato alla poesia e alla politica. Quello stesso anno gli fu assegnato il Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: “Nelle sue commedie scopre il baratro che sta sotto le chiacchiere di tutti i giorni e spinge ad entrare nelle stanze chiuse dell’oppressione”. Nel 2006 gli fu conferito il Premio Europa per il Teatro. Morì nel 2008, alla vigilia di Natale, dopo una lotta di sei anni contro un tumore esofageo.

Le sceneggiature – Per il cinema Pinter ha sceneggiato opere sue e di altri (circa 20). La sua fama come sceneggiatore iniziò con tre scritture per film di Joseph Losey, Il servo, 1963, L’ incidente, 1965, e Messaggero d’amore, 1971. Altra sceneggiatura importante fu La donna del tenente francese di Karel Reisz. Tra i film basati sulle sue opere teatrali figurano Il guardiano, 1963, Il compleanno, 1968, Il ritorno a casa, 1973, e Tradimenti, 1983.

Le opere teatrali – Fu autore di 29 opere teatrali e 15 sketch e coautore di due lavori per il teatro e la radio. La sua prima commedia fu La stanza, 1957, ma le sue opere non furono prese in considerazione fino al 1960, quando presentò Il guardiano. Nella sua produzione possiamo trovare tre tipi diversi di opere: le commedie della minaccia, le commedie della memoria e le commedie politiche.

Le commedie della minaccia (1957-1967) di solito iniziano con una situazione di grande quotidianità, apparentemente innocente, che diventa poi assurda e minacciosa, con i personaggi che si comportano in modo inspiegabile. Appartengono a questo gruppo La stanza, 1957, Il compleanno, 1958, La serra, 1958, Il calapranzi, 1959, Il guardiano, 1960, Il ritorno a casa, 1964, Un leggero fastidio, opera radiofonica, 1959, e Notte fuori, 1960..

Le commedie della memoria (1968-1982) esplorano le ambiguità, i misteri, le bizzarrie e altre caratteristiche della memoria. Tra le più note figurano Notte, 1969, Vecchi tempi, 1971, Terra di nessuno, 1975, Tradimenti, 1978, Voci di famiglia, 1981, Victoria Station, 1982, e Una specie di Alaska, 1982. Alcune delle opere tarde di Pinter, quali Party Time, 1991, e Chiaro di luna, 1993, attingono alla drammaturgia della memoria.

Opere e sketch politici (1980-2000) - In questa fase le opere tendono a diventare più brevi e più apertamente politiche, con critiche all’oppressione, alla tortura e ad altri abusi dei diritti umani. In questo gruppo troviamo l’atto unico Il bicchiere della staffa, 1984, Il linguaggio della montagna, 1988, The New World Order, 1991, Party Time , 1991, Chiaro di luna, 1993, e Ceneri alle ceneri, 1996.

Le caratteristiche delle opere teatrali di Pinter – Le sue opere teatrali appartengono al Teatro dell’Assurdo. Come Kafka e Beckett, i suoi più importanti predecessori, egli ripropone temi ricorrenti, alcuni più frequenti nelle prime opere, come ad esempio il senso di minaccia (vuoi fisica vuoi psicologica), ricordi ossessionanti, l’immagine della stanza, la sfiducia nei legami famniliari, l’incapacità di comunicare, la solitudine, ecc.. Le sue opere presentano una situazione o una serie di situazioni intrecciate, che evocano stati d’animo, sensazioni, atmosfere.

Egli usa una lingua diversa da quella degli altri esponenti dell’assurdo: i suoi dialoghi e i suoi monologhi riproducono fedelmente l’inglese parlato, con cliché, ripetizioni, banalità, errori di sintassi. Spesso essi presentano sfumature, qualità poetiche e musicalità dovute soprattutto all’esperienza di Pinter come attore e poeta. Pause e silenzi, a volte molto lunghi, sono frequenti nelle sue indicazioni di scena e sono importanti come le parole perché aumentano il senso di timore e di mistero e mantengono alta la tensione drammatica. Il suo stile particolare è stato definito “pinteresco”.

VOCI DI FAMIGLIA – Lo spettacolo comprende tre atti unici, Una specie di Alaska, Victoria Station e Voci di Famiglia, tratti dalla raccolta Altri Luoghi, preceduti da una introduzione.

Introduzione Fa parte di un gruppo di brevi opere sul matrimonio. Due coniugi rievocano il loro primo incontro in gioventù, quando si innamorarono. Essi rivivono il passato in modo diverso, ma con molta calma, benché tra loro queste differenze costituiscano una tragica linea di divisione, che potrebbe trasformarsi in abisso. Il tono dello sketch è malinconico. L’opera fu presentata per la prima volta nell’aprile 1969 al Comedy Theatre di Londra.

Una specie di Alaska – Pinter stesso rivelò la fonte di Una specie di Alaska: il libro “Risvegli” di Oliver Sacks sulla encephalitis letargica, un’epidemia che colpì il mondo nel 1916, e sul farmaco LDOPA, che apparentemente risolse il problema. L’opera, scritta nel 1982, presenta il risveglio di Deborah, dopo un letargo di 29 anni. Faticosamente, la donna ricorda sprazzi di vita, in cui compaiono madre, padre, il cane, il boyfriend ecc.. Alcuni critici hanno visto Una specie di Alaska come una metafora del passare del tempo e della sensazione che tutti o quasi tutti hanno o abbiamo di non averlo vissuto appieno o di non ricordare come lo abbiamo vissuto. L’opera fu presentata per la prima volta, con Victoria Station e Voci di famiglia , al National Theatre di Londra nell’ ottobre 1982.

Victoria Station – E’ un dialogo radiofonico tra un centralinista di radiotaxi e un tassista, fermo di fianco a un parco buio. Il centralinista vuole che il tassista prelevi un cliente a Victoria Station. Questi però rifiuta di muoversi a causa del cliente addormentato sul sedile posteriore, una lei, di cui si è follemente innamorato. L’umore del centralinista passa dallo sconcerto all’irritazione alla rabbia alla compassione. Anche il tono dell’opera cambia da comico a cupo e minaccioso. Infine il controllore cede.

Scritto anch’esso nel 1982, l’atto unico fu rappresentato come parte del trittico Altri luoghi al National Theatre di Londra, nell’ottobre del 1982.

Due curiosità: l’opera è stata rappresentata dalla Compagnia del Teatro Arsenale alla Stazione Centrale di Milano e nel carcere di San Vittore dalla Compagnia “La nave dei folli”, formata da detenuti ed ex detenuti.

Voci di famiglia – E’ un’opera radiofonica, che alterna, come in una corrispondenza epistolare, la voce di un giovane e quella di una donna, che sembra essere sua madre. Verso la fine interviene una terza voce, quella di un uomo, il padre del giovane. Ciascuno dei tre racconta la propria quotidianità e i propri ricordi da un punto di vista univoco, senza dar segno di ascoltare gli altri. Voci di famiglia sottolinea il difficile rapporto madre-figlio, le difficoltà di comunicazione e la disgregazione della famiglia. L’opera, scritta nel 1980, è stata mandata in onda per la prima volta nel gennaio 1981 dalla terza rete radiofonica della BBC.

L’allestimento -. La regia ha voluto riprodurre la versione originale degli atti unici, che furono presentati come opere radiofoniche. Percezioni, sensazioni, atmosfere vengono così costruite e trasmesse da voci “d’acciaio”, voci microfonate, con gli attori spesso nascosti. La scenografia ha assecondato questa lettura, creando barriere divisorie e un buio di “plastica”, che accentua il tema della difficoltà, quando non della mancanza, di comunicazione tra i personaggi.

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