22 lug, 2018

TEATRO MINIMO

In programmazione

Stagione teatrale 2017-2018


con il patrocinio del

La guerra spiegata ai poveri

 

di Ennio Flaiano

dal programma di sala

Ennio Flaiano (Pescara 1910- Roma 1972) – Sceneggiatore, scrittore, giornalista, umorista, critico. Ultimo di sette figli, ebbe un’infanzia di viaggi tra Pescara, Camerino, Senigallia, Fermo e Chieti. Nel 1922 arrivò a Roma, dove compì gli studi secondari fino al liceo artistico. Si iscrisse poi alla facoltà di architettura, ma non terminò gli studi universitari. All’inizio degli anni trenta collaborò come scenografo con Anton Giulio Bragaglia, fece conoscenza con giornalisti ed editori e cominciò a pubblicare su riviste letterarie. Dal 1933 al 1936, dopo un soggiorno a Pavia per frequentare la Scuola Ufficiali, partecipò alla guerra di Etiopia. Di ritorno a Roma, nel 1939, cominciò ad occuparsi di cinema collaborando con “Oggi”, e frequentò spesso personaggi della vita letteraria e artistica romana, tra cui Aldo Palazzeschi, Carlo Levi, Sandro Penna, Vitaliano Brancati, Vincenzo Cardarelli, ma anche Irving Penn, Orson Welles ecc.. All’inizio degli anni quaranta cominciò a collaborare con diversi altri giornali per cui scrisse articoli di critica teatrale, recensioni letterarie e cinematografiche. Nello stesso anno sposò Rosetta Rota, sorella di Nino Rota e zia di Giancarlo Rota. Dal matrimonio nacque Luisa, soprannominata Lelè, che a otto mesi si ammalò di una gravissima encefalopatia. La malattia di Lelè segnò profondamente la vita di Flaiano. L’attività di sceneggiatore cinematografico del nostro iniziò nel 1943. Dal 1945 in poi prestò la sua opera in vari quotidiani e riviste. Nel 1947 vinse il primo Premio Strega con Tempo di uccidere. Dallo stesso anno fino al 1951 si concentrò solo su “Il Mondo”, di cui fu caporedattore. Contemporaneamente, e fino al 1971, fu a fianco di grandi registi. Ma non abbandonò l’attività di giornalista, pubblicando sul Corriere della Sera, Corriere d’Informazione, L’Espresso, poi dal 1964 su L’Europeo. Negli anni sessanta iniziò un periodo di viaggi e di relazioni internazionali: si recò in Spagna, a Parigi, ad Amsterdam, a Hong Kong negli Stati Uniti, ecc., collaborando anche con registi stranieri. Nel marzo 1970 ebbe un primo infarto, che lo indusse a ritirarsi dalla vita attiva e a riordinare tutte le sue carte. Pubblicò l’ultimo articolo sul Corriere della sera il 5 novembre 1972. Il 20 novembre fu colpito da un secondo gravissimo infarto, che gli fu fatale. L’amatissima figlia Lelè morirà vent’anni dopo. Nel 1974 fu istituito, in sua memoria, il Premio Flaiano per soggettisti e sceneggiatori, che si tiene ogni anno a Pescara.

Le caratteristiche della sua produzioneAutore molto eclettico, Flaiano spaziò in una grande varietà di campi, passando con facilità dal giornalismo alla prosa e alla scrittura umoristica, dalla critica teatrale e cinematografica al teatro e al cinema vero e proprio. Tutta la sua produzione, indipendentemente dal genere, si caratterizza per lo stile chiaro, colorito e forbito. Il suo genio multiforme sapeva cogliere gli aspetti più paradossali della vita e della realtà del tempo, che egli interpretò e descrisse con una vena ironica e satirica e un grande senso del grottesco. Dietro il riso, a volte amaro, che le sue farse, le sue affermazioni e i suoi aforismi suscitano vi è tuttavia, sempre, la profondità di un pensiero realistico, privo di illusioni e improntato ad un forte senso morale.

Flaiano letterato e giornalista Esordì come narratore nel 1947, con “Tempo di uccidere” sulla sua esperienza in Etiopia, scritto in soli tre mesi, dietro richiesta di Leo Longanesi. Unico romanzo di Flaiano, “Tempo di uccidere” gli valse il primo Premio Strega. Egli scriverà poi solo racconti, tra cui “Una e una notte” (1959), “Il gioco e il massacro” (1970), che vinse il Premio Campiello in quello stesso anno. Nel 1956 Bompiani pubblicò “Diario notturno”, raccolta di articoli dalla omonima rubrica tenuta come redattore de “Il Mondo”. Nel 1972 pubblicò anche “Le ombre bianche”, raccolta di elzeviri (satire di costume). Postumo, nel 1973, uscì infine “La solitudine del satiro”, che raccoglie articoli pubblicati sul “Mondo” e sul “Corriere della sera”, insieme ad articoli vari, parzialmente inediti, raccolti dall’autore con il titolo “I fogli di Via Veneto”. Nel 1976 venne infine pubblicato “Il Diario degli Errori”, appunti dal 1950 al 1972, in cui l’Italia del tempo viene dipinta con ironia e a tratti con cinismo e disincanto.

Flaiano soggettista e sceneggiatore cinematograficoA partire dal 1942 la sua attività nel campo aumentò di anno in anno. In questo ambito egli lavorò molto con Federico Fellini, in “Luci del varietà”, “Lo sceicco bianco”, “Otto e mezzo”, “I vitelloni”, “La strada”, “Le notti di Cabiria” “La dolce vita”, “Giulietta degli spiriti” e con Antonioni in “La notte”. Egli ebbe tuttavia altre collaborazioni con Mario Soldati, Mario Monicelli, Alberto Lattuada, William Wyler, Dino Risi, Pietro Germi, per citare solo alcuni tra i registi più noti.

Flaiano drammaturgo – Nel 1939 cominciò ad interessarsi di teatro, di cui scrisse su “Oggi” e su “Europeo”. La sua attenzione si concentrò soprattutto sul teatro d’avanguardia, come il Living Theatre e le performance di Carmelo Bene. Esordì come autore drammatico nel 1946, con l’atto unico “La guerra spiegata ai poveri”. Altri atti unici vennero rappresentati nel 1960: “La donna nell’armadio” e “Il caso Papaleo”. Del 1960 è pure la versione teatrale di Un marziano a Roma”, racconto omonimo del 1954. L’ultima opera teatrale “Conversazione continuamente interrotta” fu messa in scena a Roma, nel 1972, poco prima della morte dell’autore.

La guerra spiegata ai poveriFlaiano compose “La guerra spiegata ai poverinel 1946. Vi lavorò pochissimo tempo e la fece rappresentare nel maggio dello stesso anno all’Arlecchino di Roma, un teatrino d’avanguardia. In quell’occasione un giovane Gassman interpretava il ruolo dell’usciere. Definita da un critico “brillante saggio di umorismo caustico e irriverente nei confronti dei miti della società borghese”, l’opera è una presa di posizione in chiave ironica, e più spesso farsesca e grottesca, contro la guerra e i suoi fautori ad ogni costo. La trama è molto semplice. Un gruppo di alti “papaveri” capeggiati da un Presidente e da un Generale sono riuniti per pianificare le strategie per una guerra appena iniziata. Nel corso dell’incontro essi esprimono la loro visione della guerra, che concepiscono come evento rassicurante e vantaggioso. Giunge ad un certo momento un giovane, che si rifiuta di andare alla guerra perché non sa che cosa sia. Tutti si danno da fare per spiegargliela e per esaltarne la bellezza e la poesia. Passa il tempo. La guerra sta finendo, ma il gruppo è ancora lì. Questa volta in attesa di progettare il prossimo conflitto.

I personaggi - La maggior parte dei personaggi è “sopra le righe”. I loro discorsi, infarciti di assurdità incredibili, dimostrano fino a che punto possono arrivare la cecità e la stupidità umana. Progettare la guerra e giocare con la vita degli altri sono per loro una specie di passatempo da perpetuare e nel quale indulgere.

L’allestimentoLa regia ha volutamente accentuato gli elementi satirici e grotteschi del testo, puntando sul contrasto tra la serietà con cui i personaggi discutono e la vacuità delle loro considerazioni. L’azione si svolge in un ambiente pieno di giocattoli, una specie di sala giochi e, per evidenziare gli aspetti ludici della situazione, i personaggi si trastullano con i vari oggetti, mentre discutono di piani, si armamenti e di vite umane da sacrificare.

Durata prevista: h.1.20 circa

Regia

Sergio De Marchi

****

Il Presidente             Ivonne Paltrinieri

Il Generale                Sergio De Marchi

La Signora                      Fiorenza Bonamenti

Il Perito Religioso          Angela Fornacciari

Il Consigliere                   Pierangela Giavazzi

Il Giovane                       Amedeo De Micheli

Il Ministro                           Gabriella Ferramola

Nini                               Bruna Campi

L’ambasciatore                    Olga Kashchuk

Isa Bonfà

Luigi Paini

Lo Studente                   Tes Lazzarini

L'Usciere                        Sandro Boninsegna

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Collaborano

Valter Delcomune Franco Ubezio Carmen Nicoleta Zamfira

Servizio fotografico

Andrea Perina

Accoglienza Wanda Demarchi

***

Con la collaborazione di FALEGNAMERIA VENERI


 

 

con il patrocinio del

La ragione degli altri


di Luigi Pirandello


dal programma di sala


Luigi Pirandello (1867-1936) –Nacque a Girgenti, oggi Agrigento, nella villa detta il “Caos”, in una famiglia agiata della borghesia commerciale. Non ebbe un’infanzia serena per la difficoltà a comunicare con adulti e genitori, in particolare con il padre. Si interessò molto presto di letteratura e, dopo il liceo, frequentò le università di Palermo, Roma e Bonn, dove si laureò con una tesi di fonetica e morfologia in tedesco. Tornò in Italia nel 1892 e si stabilì a Roma dove Luigi Capuana lo introdusse nel mondo letterario. Nel 1894 sposò Maria Antonietta Portulano, figlia di un socio del padre, dalla quale ebbe tre figli. Nel 1904, una crisi delle aziende familiari di zolfo rovinò il suo patrimonio e quello della moglie, che vide acuirsi i problemi di disagio mentale che già l’avevano colpita. (Solo nel 1919 Pirandello la fece ricoverare in un ospedale psichiatrico). Nel frattempo egli si era dedicato all’insegnamento e, dal 1897 al 1922, fu professore di stilistica prima e di letteratura italiana poi presso l’Istituto superiore di magistero di Roma. Nel primo novecento pubblicò poesie, saggi, romanzi e novelle e nel 1909 iniziò una collaborazione con il Corriere della Sera. Scrisse anche opere teatrali, in siciliano e in italiano ed esordì come commediografo nel 1910 con La morsa, seguita da Lumìe di Sicilia. Fu però a partire dal 1921, l’anno della rappresentazione di Sei personaggi in cerca d’autore, che ottenne consensi di pubblico e di critica come drammaturgo. Nel 1925 fondò la “Compagnia del Teatro d’Arte”, con Marta Abba e Ruggero Ruggeri, e con questa cominciò a viaggiare per il mondo. Fu Accademico d’Italia dal 1929 e nel 1934 ottenne il Premio Nobel per la letteratura. Morì di polmonite a Roma, mentre stava lavorando a I giganti della montagna. Aderì al fascismo, ma ebbe frequenti scontri con le autorità, rilasciando anche dichiarazioni di apoliticità.

La produzione letteraria – Pirandello fu anche poeta e narratore. Fu autore di novelle, che raccolse in Novelle per un anno, molte delle quali divennero opere teatrali. Scrisse anche sette romanzi: tra cui L’esclusa (1901), Il fu Mattia Pascal (1904), I vecchi e i giovani (1913) e Uno, nessuno e centomila (1925).

Il pensiero – Poetica e pensiero di Pirandello si ritrovano principalmente nei saggi Arte e Scienza e L’umorismo (1908), in Il fu Mattia Pascal, in Uno, nessuno e centomila, oltre che in saggi sparsi e in alcune opere teatrali, in particolare Sei personaggi in cerca d’autore. Pirandello distinse tra comico, come avvertimento del contrario, che nasce dal contrasto tra apparenza e realtà, e umorismo, come sentimento del contrario, in cui vi è il senso di un comune sentimento della fragilità umana. Teorizzò la crisi dell’io, a causa della quale “il nostro spirito consiste di frammenti … i quali si possono disgregare e ricomporre … talché possiamo comporre e costruire in noi stessi altri individui …. con propria coscienza, con propria intelligenza, vivi e in atto …” In un universo in continuo divenire, ove la vita dipende da un flusso dominato dal caso, l’uomo si difende costruendo forme fisse, una specie di sistema sociale che lo lega a maschere, in cui non può mai riconoscersi o nelle quali è costretto ad identificarsi per dare un senso alla propria esistenza. Ma fissare questo flusso equivale a non vivere. Così nasce il contrasto tra vita e forma, tra apparire ed essere. Poiché la società crea ruoli e impone regole, l’uomo è perennemente sconfitto e può fuggire alle convenzioni solo con la follia. Di qui il relativismo psicologico. Tutti noi portiamo una maschera dietro la quale coesistono molte personalità e siamo “uno, nessuno e centomila”, così non possiamo capire né gli altri né noi stessi; vediamo la realtà a nostro modo e possediamo una nostra verità. Di conseguenza non può esistere comunicazione su basi oggettive e condivise. Possiamo accettare la maschera, oppure rassegnarci ad essa e reagire in modo ironico o umoristico, o con disperazione, chiudendoci in una solitudine assoluta e giungendo all’alienazione dagli altri e da noi stessi. L’unico modo per vivere è accettare il fatto di non avere un’identità precisa.

La produzione teatrale – Prescindendo da La ragione degli altri, composta nel 1895, la produzione teatrale di Pirandello può essere divisa in quattro fasi: il teatro siciliano, il teatro umoristico e grottesco, il teatro nel teatro, e il teatro dei miti. Nella prima fase egli scrisse interamente in siciliano (Lumìe di Sicilia, Pensaci Giacomino, Liolà, ecc.). Nella seconda, con Così è se vi pare, Il berretto a sonagli, Il piacere dell’onestà, Ma non è una cosa sera, Il giuoco delle parti, L’uomo, la bestia e la virtù, ecc., egli introdusse una visione relativistica della realtà e cercò di esprimere la dimensione della vita al di là della maschera. La terza fase comprende Sei personaggi in cerca d’autore, Ciascuno a suo modo, Questa sera si recita a soggetto, Enrico IV, Vestire gli ignudi, L’uomo dal fiore in bocca, La vita che ti diedi, L’amica delle mogli, Trovarsi, ecc..In questa parte della sua produzione Pirandello mise in discussione i principi portanti del teatro tradizionale, introducendo la tecnica del “teatro nel teatro” e la dicotomia vita-arte. Nel contempo egli approdò anche alla drammaturgia dell’ “angoscia esistenziale”, con l’interiorizzazione del contrasto “essere-apparire”. Infine, nella quarta fase, che attraversò la sua opera dal 1928 al 1936, egli portò nel teatro significazioni simboliche e utopie sociali, religiose e artistiche. Appartengono a quest’ultima fase La nuova colonia, Lazzaro e I giganti della montagna.

La ragione degli altri – Fu la prima opera in tre atti composta da Pirandello, che la derivò dalla novella Il nido. Il suo primo titolo fu Il nibbio, che si riferiva alla “rapacità interiore” della protagonista. Nella prima edizione scenica, a cura della compagnia stabile del Teatro Manzoni di Milano, diretta da Marco Praga, con Irma Gramatica (1915), l’opera fu presentata con il titolo Se non così. Pirandello la ritirò subito, ritenendo che la Gramatica, dando troppo peso al personaggio più fragile, ma non protagonista, ne avesse rovesciato il significato. Quattro anni più tardi (dicembre 1919) egli la ripropose con il nuovo titolo, definitivo, La ragione degli altri, al Teatro Valle di Roma. Considerata opera minore dai più, La ragione degli altri fu invece paragonata da alcuni ai Sei personaggi perché in entrambe le opere “una verità o ragione superiore vince la verità o le ragioni inferiori”. In ogni caso, nel corso degli anni, l’opera ebbe una fortuna piuttosto alterna.

La trama e i temi – Leonardo ha riallacciato una relazione con Elena, sua ex fidanzata, e da lei ha avuto una figlia. Livia, sua moglie, ha subìto a lungo, e in silenzio, il suo tradimento. Grazie all’intervento di suo padre Guglielmo, però, reagisce alla situazione: perdona Leonardo ed è disposta a riprenderlo con sé, purché la piccola possa vivere con loro. In un drammatico confronto Elena e Livia si fronteggiano, contendendosi la bambina e portando ciascuna le proprie ragioni. La prima, le ragioni del sangue; la seconda quelle dell’agiatezza, del nome del padre e della rispettabilità. Finché una delle due, la più fragile, soccombe alla “ragione degli altri”. Il dramma ha quindi una trama lineare, con i temi che appaiono chiaramente, senza cerebralismi. Da subito si comprende che, nella società borghese formale e stereotipata del tempo, la vita dei personaggi principali è una specie di gabbia o prigione, che impone una maschera e in cui predominano problemi esistenziali, economici e sociali. L’opera poi si orienta verso il tema della maternità, in un caso negata dalla natura e ricercata altrove, nell’altro sacrificata in nome del decoro e dell’onorabilità. Tema che si intreccia con l’annullamento di sé, vuoi per le convenzioni sociali, vuoi per la felicità altrui. Cioè con l’annullamento delle proprie ragioni per le ragioni degli altri.

I personaggi – Leonardo, Livia ed Elena, i tre personaggi principali, sono esseri schiacciati dal dolore: Leonardo, benché egoista e superficiale, angosciato per la condizione nella quale si trova; Livia, inizialmente passiva e rinunciataria, legata alle convenzioni; Elena, fragile e provata da un passato doloroso e da un presente di miseria. Tutti e tre sono imprigionati in una situazione che appare senza soluzione. Livia, la moglie tradita, moglie ma non madre, ha accettato, anche se malvolentieri, il tradimento del marito. Leonardo non ama più Elena e vorrebbe tornare dalla moglie, ma non può, né vuole, abbandonare la figlioletta. Elena capisce che il suo rapporto con lui è finito, comprende il suo desiderio di tornare da Livia, ma ha bisogno di lui per motivi economici. In breve ciascuno di loro subisce le ragioni degli altri. Eppure tutti e tre cambiano. Perché a scompaginare l’equilibrio silenzioso che si è stabilito tra loro giunge Guglielmo, padre di Livia. Solo a prima vista Guglielmo è un personaggio minore: concreto, legato alla terra e pieno di buon senso, egli è casualmente determinante per la soluzione della situazione. Grazie a lui Livia supera la propria passività e diventa determinata e inflessibile, la vera protagonista della storia. Leonardo capisce che il suo futuro è con lei ed Elena, unica vittima della situazione, si sacrifica per il bene della figlia.

L’allestimento - L’opera è presentata in tre atti, come da versione originale. La regia ne ha però ridotto la lunghezza, evidenziando i temi “portanti” e accentuando l’intensità e l’espressività di alcune parti. In questo modo emozioni e sentimenti risultano carichi di una tensione che ha molto a che vedere con la poesia. Dal canto suo la scenografia ha risolto il problema dei tre ambienti, organizzando lo spazio scenico in zone distinte: un luogo di lavoro e due diversi ambienti familiari: l’uno rifugio dal mondo esterno, l’altro una specie di gabbia, che racconta la solitudine, la sofferenza e le costrizioni imposte da una società benpensante.

Durata: 1h 40’ circa + intervalli

Regia

Valter Delcomune

****

Scena e costumi

Franco Ubezio

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Livia Arciani Giovanna Granchelli
Elena Orgera Beatrice Cotifava
Leonardo Arciani Davide Uggeri
Guglielmo Groa Valter Delcomune
Cesare D’Albis Levend Hasani
Un usciere Sandro Boninsegna
***
Collaborano

Fiorenza Bonamenti Sandro Boninsegna Sergio De Marchi

Servizio fotografico
Andrea Perina

Accoglienza Wanda Demarchi

 


con il patrocinio del

L’istruttoria

oratorio in due tempi di Peter Weiss

dal programma di sala

Peter Weiss (1916-1982) -  Drammaturgo e scrittore tedesco. Di padre ebreo convertito al Protestantesimo, Weiss visse in gioventù a Brema e a Berlino. Nel 1934, per sfuggire al campo di concentramento, emigrò a Londra, poi a Praga, in Svizzera ed infine, nel 1939, a Stoccolma, ove ottenne la cittadinanza svedese.

Personalità ricca ed eclettica, fu anche pittore e disegnatore, regista e teorico del cinema d’avanguardia. Come scrittore divenne famoso grazie ad un racconto scritto nel 1952, ma pubblicato nel 1960, L’ombra del corpo del cocchiere, la sua opera narrativa più impegnata. Dopo alcuni scritti autobiografici e Il colloquio dei tre viandanti (1963), nel 1964 si dedicò al teatro, collocandosi tra le figure più in vista. Il breve ma intenso Notte con ospiti (1963) fu seguito da La persecuzione e l’assassinio di Jean-Paul Marat, rappresentati dai filodrammatici dell’ospizio di Charenton sotto la guida del signore di Sade, (1964), da cui il regista inglese Peter Brook trasse una edizione cinematografica.

La produzione di Weiss copre una vasta gamma compositiva, che va da Cantata del fantoccio lusitano (1966), pantomima anticolonialista, nel genere del dramma didattico di Brecht,  all’azione dichiaratamente politica e antimperialista di Discorso sulla preistoria e lo svolgimento della interminabile guerra nel Vietnam, (1967).

L’istruttoria (Die Ermittlung), oratorio in 11 canti, è basata sugli atti del processo agli aguzzini di Auschwitz, che si tenne a Francoforte sul Meno tra il 1963 e il 1965. Essa racconta, attraverso le parole di testimoni e vittime, l’agghiacciante cammino di sofferenza e di morte  all’interno del lager, dall’arrivo sulla banchina sino al momento finale. L’opera si connota quindi come documento di testimonianza civile e come definitivo e sconvolgente atto d’accusa contro il nazismo.

Essa fu rappresentata per la prima volta il 19 ottobre 1965 a Berlino Ovest e in altre 16 città, tra cui Londra.

A Parma, essa è diventata un importante appuntamento con la memoria, che Fondazione Teatro Due ripropone ogni anno dal 1984 per non dimenticare il dramma dei campi di sterminio.

L’allestimento del Teatro Minimo propone, a lettura interpretata, una scelta significativa degli 11 canti dell’oratorio. La riduzione nulla toglie alla drammaticità della narrazione, che procede con la massima semplicità, ma in modo incalzante,  privilegiando la “parola”.     

Vengono presentati in adattamento i seguenti canti:

  • Canto della banchina
  • Canto del lager
  • Canto dell’altalena
  • Canto della fine di Lili Tofler
  • Canto della parete nera
  • Canto del fenolo
  • Canto del Bunkerblock

Regia

Valter Delcomune

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Scena e costumi

Franco Ubezio

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Foto

Andrea Perina

****

con

Fiorenza Bonamenti  Valter Delcomune

Sergio De Marchi    Stanislao Fezzi Angela Fornacciari

Marco Meloni    Marisa Taffelli     Franco Ubezio  Davide Uggeri

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collaborano

Sandro Boninsegna e Wanda Demarchi


 

con il patrocinio del


Non si sa come

Luigi Pirandello

dal programma di sala

Luigi Pirandello (1867 -1936) –Nacque a Girgenti, oggi Agrigento, nella villa  detta il “Caos”,  in una famiglia agiata della borghesia commerciale. Non ebbe un’infanzia  serena  per la difficoltà a comunicare con adulti e genitori, in particolare con il padre. Si interessò molto presto di letteratura e, dopo il liceo, frequentò le università di Palermo, Roma e  Bonn, dove si laureò con una tesi di fonetica e morfologia in tedesco. Tornato in Italia nel 1892, si stabilì a Roma dove Luigi Capuana  lo introdusse nel mondo letterario. Nel 1894 sposò Maria Antonietta Portulano, figlia di un socio del padre, dalla quale ebbe tre figli. Nel 1904, una crisi delle aziende familiari di zolfo rovinò il suo patrimonio e quello della moglie, che vide acuirsi i problemi di disagio mentale che già l’avevano colpita. (Solo nel 1919 Pirandello la fece  ricoverare in un ospedale psichiatrico). Nel frattempo egli si era dedicato all’insegnamento e, dal 1897 al 1922, fu professore di stilistica prima e di letteratura italiana poi, presso l’Istituto superiore di magistero di Roma. Nel primo novecento pubblicò poesie, saggi, romanzi e novelle e nel 1909 iniziò una collaborazione con il Corriere  della Sera. Scrisse anche opere teatrali, in siciliano e in italiano, ma fu soprattutto a partire dal 1921, l’anno delle rappresentazioni di Sei personaggi in cerca d’autore, che egli ottenne consensi di pubblico e di critica come drammaturgo. Nel 1925 fondò la “Compagnia del Teatro d’Arte”, con Marta Abba e Ruggero Ruggeri, e con questa cominciò a viaggiare per il mondo. Fu Accademico d’Italia dal 1929 e nel 1934 ottenne  il Premio Nobel per la letteratura. Morì di polmonite a Roma, mentre stava lavorando a I giganti della montagna. Aderì  pubblicamente al fascismo, ma ebbe pure  frequenti scontri con le autorità fasciste, rilasciando anche dichiarazioni di apoliticità.

La produzione letterariaOltre che drammaturgo, Pirandello fu poeta e narratore. Fu autore di  moltissime novelle, che raccolse  in Novelle per un anno. Molte divennero poi opere teatrali. Scrisse anche sette romanzi: tra i più importanti  troviamo  L’esclusa (1901), Il fu Mattia Pascal (1904), I vecchi e i giovani (1913) e Uno, nessuno e centomila (1925).

Il pensieroPoetica e pensiero di Pirandello si ritrovano  principalmente nei due saggi Arte e Scienza e L’umorismo (1908), in Il fu Mattia Pascal, in Uno, nessuno e centomila, oltre che in saggi sparsi e  in alcune opere teatrali, in particolare Sei personaggi in cerca d’autore. Pirandello  distinse tra comico, come avvertimento del contrario, che nasce dal contrasto tra apparenza e realtà, e umorismo, come sentimento del contrario, in cui vi è il senso di un comune sentimento della fragilità umana.  Teorizzò la crisi dell’io,  a causa della quale “il nostro spirito consiste di frammenti ….. i quali si possono disgregare e ricomporre …. talché possiamo comporre e costruire in noi stessi altri individui ….. con propria coscienza, con propria intelligenza, vivi e in atto …”   In un universo in continuo divenire, ove la vita dipende da un flusso dominato dal caso, l’uomo si difende costruendo forme fisse, una specie di sistema sociale che lo lega a maschere, in cui non può mai riconoscersi o nelle quali è costretto ad identificarsi per dare un senso alla propria esistenza. Ma fissare questo flusso equivale a non vivere, di qui il contrasto  tra vita e forma, tra apparire ed essere. Poiché la società  crea ruoli e impone regole, l’uomo è perennemente sconfitto e può fuggire alle convenzioni solo con la follia. Di qui il relativismo psicologico. Tutti noi portiamo una maschera dietro la quale coesistono molte personalità e siamo “uno, nessuno e centomila”, così non possiamo capire né gli altri né noi stessi; vediamo la realtà a nostro modo e possediamo una nostra verità. Di conseguenza non può esistere comunicazione su basi oggettive e condivise. Possiamo accettare la maschera, oppure rassegnarci ad essa e reagire in modo ironico o umoristico, o  con disperazione, chiudendoci in una solitudine assoluta e giungendo all’alienazione dagli altri e da noi stessi. L’unico modo per vivere è accettare il fatto di non avere un’identità precisa.

La produzione teatraleE’ divisa in quattro fasi: il teatro siciliano, il teatro umoristico e grottesco, il teatro nel teatro, e il teatro dei miti. Nella prima fase egli scrisse interamente in siciliano (Lumìe di Sicilia, Pensaci Giacomino, Liolà, ecc.). Nella seconda, con Così è se vi pare, Il berretto a sonagli, Il piacere dell’onestà, Ma non è una cosa sera, Il giuoco delle parti, L’uomo, la bestia e la virtù, ecc., egli introdusse una visione relativistica della realtà e cercò di esprimere la dimensione della vita al di là della maschera. La terza fase comprende Sei personaggi in cerca d’autore, Ciascuno a suo modo, Questa sera si recita a soggetto,  Enrico IV, Vestire gli ignudi, L’uomo dal fiore in bocca, La vita che ti diedi,  L’amica delle mogli, Trovarsi, ecc..  In questa parte della sua produzione  Pirandello mise  in discussione i principi portanti stessi del teatro tradizionale con l’introduzione della tecnica  “teatro nel teatro” e della dicotomia vita-arte. Contemporaneamente egli approdò anche alla drammaturgia dell’ “angoscia esistenziale”,  con l’interiorizzazione del contrasto “essere-apparire”.  Infine, nella quarta fase, che attraversò la sua opera dal 1928 al 1936,  egli portò nel teatro significazioni simboliche e utopie sociali, religiose e artistiche. Appartengono a quest’ultima fase  La nuova colonia, Lazzaro e I giganti della montagna,  Non si sa come si situa giusto prima de I giganti della montagna.

Non si sa come – E’ l’ultima opera completa prima della morte. Pirandello la scrisse nell’estate del 1934, fondendo tre novelle: Nel gorgo (1913), La realtà del sogno (1914) e Cinci (1932). Lo spettacolo avrebbe dovuto debuttare al Teatro di Vienna nello stesso anno, ma non andò in scena per la morte dell’interprete principale. La prima assoluta ebbe così luogo in lingua ceca al Teatro Nazionale di Praga nel dicembre del 1934. Fu la compagnia di Ruggero Ruggeri che la rappresentò in Italia il 13 dicembre 1935 al Teatro Argentina di Roma.

Nell’opera Pirandello penetra, come d’abitudine, nel segreto dell’anima dei personaggi.  Contemporaneamente, però,  affronta, oltre ai temi a lui cari, - la follia vera o presunta, il contrasto essere-apparire, la frammentazione dell’io, ecc. -, anche il dualismo realtà-sogno e il tema della colpa e della  responsabilità nel caso di atti compiuti d’istinto, senza che l’individuo ne abbia piena coscienza.  Molti critici annoverano Non si sa come fra i suoi capolavori.

La tramaSpinto da un impulso inspiegabile Romeo Daddi tradisce la moglie Bice, di cui è innamoratissimo, con Ginevra, moglie di Giorgio Vanzi, suo carissimo amico. Egli si tormenta per quanto è avvenuto “non si sa come” e questo tormento si trasforma in un comportamento che gli altri giudicano folle.  Inoltre, egli ricollega questo delitto, che ritiene “innocente”, ad un altro delitto commesso in gioventù. Non solo. Ma anche cerca di scoprire in chi gli sta intorno atti commessi senza un perché, senza sapere come. Così ogni incontro con gli amici si tramuta in una  specie di seduta psicoanalitica di gruppo, in cui ciascuno confessa sogni e pulsioni del cuore. In cui sogno e realtà si sovrappongono e si fondono l’uno con l’altro, l’uno dentro l’altro. Finché, in un finale che capovolge la situazione iniziale di apparente tranquillità l’amico Giorgio arriverà “non si sa come”  a punirlo.

I personaggi -  Sono pochissimi, tre uomini e due donne: tutti  sono di grande interesse e ognuno incarna un tema trattato da Pirandello. Tra gli uomini domina Romeo, con i suoi problemi di coscienza, il suo tormento e il senso di colpa che egli intende espiare in ogni modo, anche fingendo una follia che non gli appartiene. Il delitto compiuto da ragazzo, il suo sbandamento con Ginevra sono avvenuti come in sogno, di cui egli ha percepito la realtà solo quando è tornato in sé. L’amico Giorgio rappresenta la realtà, l’uomo comune che crede nella vita, il maschilista per eccellenza, mentre Respi compare raramente nell’azione. Quanto alle donne, Bice e Ginevra sono diversissime tra loro e pur grandi amiche. Bice, la “pura”, innocente e tradita, appare incapace non solo di fare il male ma anche di pensarlo. Piombata improvvisamente  in una situazione più grande di lei, è disposta a tutto pur di risparmiare dolore agli altri. Ginevra, dal canto suo, dà vita perfettamente al dualismo essere-apparire. Non mostra affatto di risentire della colpa del tradimento. Come se lo avesse completamente rimosso intende difendere a spada tratta il suo matrimonio e il suo rapporto con Giorgio.

L’allestimento -  L’edizione originale di  Non si sa come prevede  una suddivisione in tre atti. Il Minimo presenta l’opera in due tempi.

La regia ha basato la sua chiave di lettura sulla inconoscibilità e sull’assurdità del reale, dietro il quale vi è un mistero che l’intelligenza umana non sa o non può penetrare. Da qui alla dimensione del sogno, in cui si manifesta la natura più profonda delle cose, il passo è stato breve. La scenografia ha assecondato questa lettura con una scelta di arredi e oggetti disparati e del tutto improbabili, esasperando i concetti di “realtà del sogno” e “sogno come realtà”.

Durata:  1h 45’ circa + intervallo

Regia
Valter Delcomune
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Scena e costumi
Franco Ubezio

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Conte Romeo Daddi Davide Uggeri
Donna Bice Daddi, sua moglie Angela Fornacciari
Giorgio Vanzi, ufficiale di marina Valter Delcomune

Ginevra, sua moglie Giovanna Granchelli

Marchese Nicola Respi Levend Hasani

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Collaborano

Fiorenza Bonamenti Sandro Boninsegna Sergio De Marchi

Servizio fotografico

Andrea Perina

Accoglienza Wanda Demarchi
Immagine di locandina di Lucia Predari; colorata da Franco Ubezio
progetto grafico di locandina di Lucia Predari
con il patrocinio del

Processo a Gesù

Diego Fabbri

Diego Fabbri (Forlì, 1911 – Riccione, 1980). Maturò la passione per il teatro in un oratorio parrocchiale, per il quale, tra il 1931 e il 1935, scrisse le prime composizioni. Amante della poesia, si interessò  di filosofia e di religione e si laureò in economia e commercio a Bologna. Nel 1936 ebbe noie con la censura per il dramma Il nodo, considerato troppo decadente. Lavorò come assicuratore  e impiegato in una impresa di costruzioni finché ebbe l’idea, con la moglie, sposata alla fine del 1937, di aprire una scuola privata. Nel 1939 si trasferì a Roma, ufficialmente per  svolgere un’attività editoriale, ma con la speranza di soddisfare la vocazione di autore drammatico. Con sé aveva già tre commedie (Orbite, Paludi e La libreria del sole). Dopo il 25 luglio 1943 compose e pubblicò un “manifesto per un teatro del popolo”, firmato anche da Vito Pandolfi e Orazio Costa. Strinse amicizia con molti drammaturghi del tempo, Ugo Betti, Rosso di San Secondo, De Benedetti, e altri, su alcuni dei quali pubblicò saggi e profili.  Nel 1945 fondò con Ugo Betti, Sem Benelli e Massimo Bontempelli,  il Sindacato Nazionale Autori Drammatici. Dal 1946 in poi, con Rancore e Processo di famiglia la sua fama di autore teatrale si diffuse in Italia prima e poi all’estero. Dal 1940 al 1950 fu segretario generale del Centro Cattolico Cinematografico; nel 1948 divenne condirettore (con Vincenzo Cardarelli)  della Fiera letteraria, quindi direttore fino al 1967. Per un breve periodo soggiornò anche a Parigi. Inoltre, dal 1977 diresse la rivista teatrale “Il dramma”. Collaborò pure  alla sceneggiatura di più di 40 film. Dal 1960 gestì e fu direttore artistico del Teatro della Cometa a Roma, dove allestì parte dei suoi drammi. Nel 1961 vinse il Premio Marzotto per il Teatro e nel 1973 il Premio Feltrinelli, conferitogli dall’Accademia dei Lincei. Nel 1973 fu nominato Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana.  A lui è intitolato il Teatro Comunale di Forlì.

Il pensiero – Fabbri stesso enunciò, in un articolo su “Il Resto del Carlino” (1965), la sua concezione di arte. Egli riconosceva all’arte una funzione sociale e auspicava che l’artista fosse “apolitico”, svincolato dai  partiti e “al servizio dell’uomo”. A tale proposito è significativa una battuta finale di Processo di famiglia: “Nessuno vi chiede di cambiare, ma di riuscire a stare insieme, vicini ….”, che rivela come Fabbri, interrogandosi da cristiano praticante sui grandi temi che assillano l’umanità e cercando di riviverli alla luce del suo tempo, abbia dato al suo teatro un’impronta sociale, oltre che religiosa. Scrive  un critico: “…..  i temi dei suoi drammi partecipano totalmente della matrice ideale cristiana: la soluzione vera dell’esistenza non è di questo mondo, il male è antico come la vita, è in noi un senso tragico che può risolversi solo nel sacro, la comunione spirituale degli uomini è necessaria allo sviluppo del cristianesimo: questi i motivi principali, con qualche accentuazione forse giansenistica, là ove pensa il male irriducibile ….” (Enciclopedia Le Muse, alla voce Diego Fabbri, vol. IV, pag. 433)

Le sceneggiature – Collaborò con registi di fama, tra cui Alessandro Blasetti (Un giorno nella vita, 1946; Fabiola, !949), Luigi Zampa ( E’ più facile che un cammello, 1950; Processo alla città, 1952), Michelangelo Antonioni (I vinti,  1953), Vittorio De Sica  (Il generale Della Rovere,1959; Il viaggio, 1974) e Roberto Rossellini (Era notte a Roma, 1960; Viva l’Italia, 1961; Vanina Vanini, 1961), per non citarne che alcuni. Lavorò anche per la Televisione in Vita di Michelangelo (1964), Le inchieste del commissario Maigret (1964-72), I fratelli Karamazov (1969), Il  sospetto (1972) e I Demoni (1972). Nel 1962 ottenne la nomination all’Oscar per la migliore sceneggiatura originale per il lungometraggio Il generale Della Rovere.

Le opere teatrali – Fabbri fu estremamente prolifico: compose più di 40 opere, per cui è impossibile elencarle tutte. Cominciò a produrre già a 17 anni (i fiori del dolore), soprattutto per filodrammatiche scolastiche e di oratorio ( la maggior parte di queste opere è per soli uomini o per l’infanzia). Le prime rappresentazioni importanti si ebbero nel 1941, dopo il suo trasferimento a Roma (Orbite,1941; Paludi, 1942;  La libreria del sole, 1943). Il suo secondo periodo artistico iniziò nel 1946 con i famosi “processi”: Inquisizione (1946), Rancore (1948),  seguiti da Processo di famiglia (1953),  Processo a Gesù (1952-54), e Veglia d’armi (1956). In “Teatro Contemporaneo”  (ed. Pagine, vol. II, pag. 468 ) Giovanni Marchi  scrive che secondo l’autore quest’ultima opera avrebbe dovuto intitolarsi Processo alla Chiesa, “in una ricerca del senso e del valore del Cristianesimo nel mondo contemporaneo, attuata con una forma di dramma poliziesco avvincente e pieno di colpi di scena”.  Viene poi il periodo delle commedie familiari e d’amore, periodo che inizia con Figli d’arte (1956) e prosegue con Delirio (1957), I Demoni (1947-57) e Ritratto d’ignoto (1961). Fabbri compose anche commedie definite “profane”: Il seduttore (1951), La bugiarda (1953-54), Lo scoiattolo (1961) e  l’atto unico A tavola non si parla d’amore (1962). Fuori dalla problematica religiosa si pongono Il confidente (1964), Non è per scherzo che ti ho amato (1971), Area Fabbricabile e Lascio alle mie donne (1969), raccolte nel volume Tre commedie d’amore. Tra le opere degli ultimi anni si trovano L’hai mai vista in scena? (1978), visione retrospettiva della vita di un’attrice e  Al Dio ignoto (1980), presentata due settimane prima della morte dell’autore.

Gianfranco Morra, in Sguardi sulla Romagna, “Diego Fabbri”, 2009, ha tentato una suddivisione delle principali opere di Fabbri in quattro tipologie:

drammi morali: Inquisizione, Rancore, Delirio, Figli d’arte, Ritratto d’ignoto;

drammi religiosi: Processo a Gesù, Veglia d’armi, Il confidente, L’avvenimento;

drammi della coscienza: La libreria del sole, Processo di famiglia, Delirio;

commedie: La bugiarda, Lo scoiattolo,  Lascio alle mie donne, Non è per scherzo che ti ho amato

Processo a Gesù – E’ ritenuta   l’opera maggiore di Fabbri, che  ebbe l’idea  leggendo in una Vita di Cristo di un analogo processo organizzato, nel 1933,  a Gerusalemme, da un gruppo di giuristi,  inglesi o ebrei. L’opera fu scritta tra il 1952 e il 1954 e fu rappresentata per la prima volta il 2 marzo 1955 al Piccolo Teatro  di Milano, con la regia di Ottavio Costa e un cast importante, tra cui Tino Carraro e Sergio Fantoni . Il successo fu strepitoso, tanto che fu portata in tournée in tutta Europa e nelle Americhe. L’anno successivo, però, l’Alleanza Cattolica tradizionalista denunciò il testo al Sant’ Uffizio con l’accusa di “offesa alla religione e istigazione all’odio sociale”, accusa che amareggiò moltissimo Fabbri.

La trama – Un gruppo di attori ebrei, guidati da un  professore, Elia,  da anni mette in scena un processo a Gesù  per verificare se le persecuzioni subite dal loro popolo nel corso dei secoli sia conseguenza della crocifissione e se Gesù sia stato condannato giustamente secondo la legge ebraica. Il gruppo dei giudici è affiancato da personaggi evangelici e non, che furono testimoni degli eventi: Maria, Maddalena, Pietro, Giuda, Caifa e Pilato. La loro rievocazione provoca la partecipazione degli spettatori, che si interrogano sulla presenza di Gesù nel mondo moderno e se e quanto sia possibile realizzare oggi i suoi insegnamenti.

Le caratteristiche -  L’opera può essere suddivisa in due sezioni: la prima, sulle vicende di Gesù, rivissute attraverso interrogatori e testimonianze; la seconda che vede la partecipazione del pubblico, sempre impersonato da attori, che esprimono le proprie opinioni, spostando il “processo” su problematiche religiose e di coscienza.  Divide le due parti  un intermezzo, durante il quale si apprende che Sara, figlia di Elia,  ha avuto una “storia” con Davide, il  giovane giudice accusatore ed  è rimasta vedova durante le persecuzioni naziste.

Ovviamente tutto ruota intorno alla figura di Gesù, inteso come speranza, amore e necessità. Senza di lui la povera gente sarebbe ancora più disperata.  Maddalena per prima  dà la chiave del “Processo” e di tutto il teatro di Fabbri esclamando: “Dovete imbattervi per forza nell’amore, se volete continuare a  parlare di Gesù. Io ho creduto in lui perché era l’amore ….”   La Signora irrequieta continua: “ Come faremmo a continuare a vivere con un po’ di speranza se anche lui …. viene condannato?” E la Donnetta delle pulizie conclude: “.. non dovete toglierci quel poco che abbiamo, ma che per noi è tutto… Gesù è tutto per noi”.

L’opera risente profondamente dell’influsso di Pirandello e di Betti, i due grandi predecessori di Fabbri: del primo per l’uso evidentissimo della tecnica del “teatro nel teatro”; del secondo per l’impegno etico e il linguaggio poetico.

L’allestimento - L’opera, originariamente  in due atti e un intermezzo, viene presentata in due tempi. L’adattamento proposto, che ne ha ridotto notevolmente la lunghezza, si situa tra la lettura drammatizzata e lo spettacolo vero e proprio. Durata prevista: h. 1.55 circa + intervallo.

 

Regia

Valter Delcomune

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Scena e costumi

Franco Ubezio

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Immagine in locandina di Francesco Alfano

Foto di Andrea Perina

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I Giudici

Elia                                                Valter Delcomune

Rebecca                                          Pierangela Giavazzi

Sara                                                Angela Fornacciari

Davide                                             Levend  Hasani

Un giudice improvvisato                Pierangela Giavazzi

La troupe dei testimoni

Maria di Nazareth                          Gabriella Ferramola

Maria Maddalena                          Cristina Garilli

Pietro                                              Franco Ubezio

Giuda                                              Sergio De Marchi

Caifa                                               Stanislao Fezzi

Pilato                                               Marco Meloni

Gli spettatori

Una signora irrequieta                  Ivonne Paltrinieri

Un sacerdote                                  Sandro Boninsegna

Un intellettuale                              Sergio De Marchi

La donnetta delle pulizie               Fiorenza Bonamenti

Voci                                                Sandro Boninsegna

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Accoglienza      Wanda Demarchi

Harold Pinter (Londra, 1930 – 2008) drammaturgo e sceneggiatore inglese. Nacque a Hackney, East London, in una zona operaia, da una famiglia ebrea, forse di origine ucraina e polacca. Frequentò una scuola classica locale, dove maturò la passione per il teatro e il cricket. Ottenne una borsa di studio per frequentare recitazione alla Royal Academy of Dramatic Art, ma lasciò la scuola dopo due semestri. Come obiettore di coscienza, rifiutò anche di fare servizio militare. Si dedicò poi a scrivere poesia e opere teatrali e per alcuni anni (1950-1956) lavorò come attore radiofonico alla BBC e dal 1954 al 1959 in compagnie di giro. Durante una tournée incontrò l’attrice Vivien Marchant, che divenne sua moglie e l’interprete dei principali ruoli femminili nelle sue prime opere. Nel 1958 esordì come commediografo in un piccolo teatro londinese con Il compleanno, ma l’opera fu stroncata dalla critica. Due anni dopo, invece, con Il guardiano ottenne un grande successo e il suo nome iniziò ad affermarsi sulla scena teatrale londinese Negli anni ’70 si dedicò maggiormente alla regia come Associate Director del National Theatre (1973). Nel 1977 lasciò la moglie per Antonia Fraser, figlia maggiore del VII Lord Longford, cattolica, che sposò nel 1980, causando uno scandalo. L’opera Tradimenti è considerata una rappresentazione di questa storia d’amore, ma in realtà si basa su una relazione che l’autore aveva avuto sette anni prima con una presentatrice televisiva. In campo politico Pinter fu molto attivo. Si oppose alla guerra in Nicaragua, al sostegno dato dagli USA alle dittature latino-americane e all’invasione dell’Afganistan e dell’Iraq da parte degli Stati Uniti. Sulla guerra in Iraq fu molto critico e definì il Presidente Bush un “assassino di massa” e Blair un “idiota”. Nel 2005 dichiarò che aveva smesso di scrivere per il teatro e che si sarebbe dedicato alla poesia e alla politica. Quello stesso anno gli fu assegnato il Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: “Nelle sue commedie scopre il baratro che sta sotto le chiacchiere di tutti i giorni e spinge ad entrare nelle stanze chiuse dell’oppressione”. Nel 2006 gli fu conferito il Premio Europa per il Teatro. Morì nel 2008, alla vigilia di Natale, dopo una lotta di sei anni contro un tumore esofageo.

Le sceneggiature – Per il cinema Pinter ha sceneggiato opere sue e di altri (circa 20). La sua fama come sceneggiatore iniziò con tre scritture per film di Joseph Losey, Il servo, 1963, L’ incidente, 1965, e Messaggero d’amore, 1971. Altra sceneggiatura importante fu La donna del tenente francese di Karel Reisz. Tra i film basati sulle sue opere teatrali figurano Il guardiano, 1963, Il compleanno, 1968, Il ritorno a casa, 1973, e Tradimenti, 1983.

Le opere teatrali – Fu autore di 29 opere teatrali e 15 sketch e coautore di due lavori per il teatro e la radio. La sua prima commedia fu La stanza, 1957, ma le sue opere non furono prese in considerazione fino al 1960, quando presentò Il guardiano. Nella sua produzione possiamo trovare tre tipi diversi di opere: le commedie della minaccia, le commedie della memoria e le commedie politiche.

Le commedie della minaccia (1957-1967) di solito iniziano con una situazione di grande quotidianità, apparentemente innocente, che diventa poi assurda e minacciosa, con i personaggi che si comportano in modo inspiegabile. Appartengono a questo gruppo La stanza, 1957, Il compleanno, 1958, La serra, 1958, Il calapranzi, 1959, Il guardiano, 1960, Il ritorno a casa, 1964, Un leggero fastidio, opera radiofonica, 1959, e Notte fuori, 1960..

Le commedie della memoria (1968-1982) esplorano le ambiguità, i misteri, le bizzarrie e altre caratteristiche della memoria. Tra le più note figurano Notte, 1969, Vecchi tempi, 1971, Terra di nessuno, 1975, Tradimenti, 1978, Voci di famiglia, 1981, Victoria Station, 1982, e Una specie di Alaska, 1982. Alcune delle opere tarde di Pinter, quali Party Time, 1991, e Chiaro di luna, 1993, attingono alla drammaturgia della memoria.

Opere e sketch politici (1980-2000) - In questa fase le opere tendono a diventare più brevi e più apertamente politiche, con critiche all’oppressione, alla tortura e ad altri abusi dei diritti umani. In questo gruppo troviamo l’atto unico Il bicchiere della staffa, 1984, Il linguaggio della montagna, 1988, The New World Order, 1991, Party Time , 1991, Chiaro di luna, 1993, e Ceneri alle ceneri, 1996.

Le caratteristiche delle opere teatrali di Pinter – Le sue opere teatrali appartengono al Teatro dell’Assurdo. Come Kafka e Beckett, i suoi più importanti predecessori, egli ripropone temi ricorrenti, alcuni più frequenti nelle prime opere, come ad esempio il senso di minaccia (vuoi fisica vuoi psicologica), ricordi ossessionanti, l’immagine della stanza, la sfiducia nei legami famniliari, l’incapacità di comunicare, la solitudine, ecc.. Le sue opere presentano una situazione o una serie di situazioni intrecciate, che evocano stati d’animo, sensazioni, atmosfere.

Egli usa una lingua diversa da quella degli altri esponenti dell’assurdo: i suoi dialoghi e i suoi monologhi riproducono fedelmente l’inglese parlato, con cliché, ripetizioni, banalità, errori di sintassi. Spesso essi presentano sfumature, qualità poetiche e musicalità dovute soprattutto all’esperienza di Pinter come attore e poeta. Pause e silenzi, a volte molto lunghi, sono frequenti nelle sue indicazioni di scena e sono importanti come le parole perché aumentano il senso di timore e di mistero e mantengono alta la tensione drammatica. Il suo stile particolare è stato definito “pinteresco”.

VOCI DI FAMIGLIA – Lo spettacolo comprende tre atti unici, Una specie di Alaska, Victoria Station e Voci di Famiglia, tratti dalla raccolta Altri Luoghi, preceduti da una introduzione.

Introduzione Fa parte di un gruppo di brevi opere sul matrimonio. Due coniugi rievocano il loro primo incontro in gioventù, quando si innamorarono. Essi rivivono il passato in modo diverso, ma con molta calma, benché tra loro queste differenze costituiscano una tragica linea di divisione, che potrebbe trasformarsi in abisso. Il tono dello sketch è malinconico. L’opera fu presentata per la prima volta nell’aprile 1969 al Comedy Theatre di Londra.

Una specie di Alaska – Pinter stesso rivelò la fonte di Una specie di Alaska: il libro “Risvegli” di Oliver Sacks sulla encephalitis letargica, un’epidemia che colpì il mondo nel 1916, e sul farmaco LDOPA, che apparentemente risolse il problema. L’opera, scritta nel 1982, presenta il risveglio di Deborah, dopo un letargo di 29 anni. Faticosamente, la donna ricorda sprazzi di vita, in cui compaiono madre, padre, il cane, il boyfriend ecc.. Alcuni critici hanno visto Una specie di Alaska come una metafora del passare del tempo e della sensazione che tutti o quasi tutti hanno o abbiamo di non averlo vissuto appieno o di non ricordare come lo abbiamo vissuto. L’opera fu presentata per la prima volta, con Victoria Station e Voci di famiglia , al National Theatre di Londra nell’ ottobre 1982.

Victoria Station – E’ un dialogo radiofonico tra un centralinista di radiotaxi e un tassista, fermo di fianco a un parco buio. Il centralinista vuole che il tassista prelevi un cliente a Victoria Station. Questi però rifiuta di muoversi a causa del cliente addormentato sul sedile posteriore, una lei, di cui si è follemente innamorato. L’umore del centralinista passa dallo sconcerto all’irritazione alla rabbia alla compassione. Anche il tono dell’opera cambia da comico a cupo e minaccioso. Infine il controllore cede.

Scritto anch’esso nel 1982, l’atto unico fu rappresentato come parte del trittico Altri luoghi al National Theatre di Londra, nell’ottobre del 1982.

Due curiosità: l’opera è stata rappresentata dalla Compagnia del Teatro Arsenale alla Stazione Centrale di Milano e nel carcere di San Vittore dalla Compagnia “La nave dei folli”, formata da detenuti ed ex detenuti.

Voci di famiglia – E’ un’opera radiofonica, che alterna, come in una corrispondenza epistolare, la voce di un giovane e quella di una donna, che sembra essere sua madre. Verso la fine interviene una terza voce, quella di un uomo, il padre del giovane. Ciascuno dei tre racconta la propria quotidianità e i propri ricordi da un punto di vista univoco, senza dar segno di ascoltare gli altri. Voci di famiglia sottolinea il difficile rapporto madre-figlio, le difficoltà di comunicazione e la disgregazione della famiglia. L’opera, scritta nel 1980, è stata mandata in onda per la prima volta nel gennaio 1981 dalla terza rete radiofonica della BBC.

L’allestimento -. La regia ha voluto riprodurre la versione originale degli atti unici, che furono presentati come opere radiofoniche. Percezioni, sensazioni, atmosfere vengono così costruite e trasmesse da voci “d’acciaio”, voci microfonate, con gli attori spesso nascosti. La scenografia ha assecondato questa lettura, creando barriere divisorie e un buio di “plastica”, che accentua il tema della difficoltà, quando non della mancanza, di comunicazione tra i personaggi.

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