20 mag, 2013

TEATRO MINIMO

In programmazione

Stagione 2012-2013

con il patrocinio del

La parola incantata

Antologia dei poeti italiani del ‘900

recital letterario

dal programma di sala

Il panorama della poesia italiana del Novecento è talmente vario e variegato che è veramente impresa ardua riassumerlo in breve spazio.

La poesia di Pascoli e D’Annunzio segna in modo particolare il passaggio dall’Ottocento al Novecento. Il  XX secolo si apre con una violenta reazione contro gli ideali moderati del XIX ed  il razionalismo positivista. Lo caratterizzano il nazionalismo aggressivo di Francesco Crispi, l’egoismo delle classi medie sempre più potenti, la glorificazione dell’individuo ed il desiderio di indulgere agli impulsi più irrazionali  dello spirito umano. Il massimo rappresentante di questa reazione è, forse, Gabriele D’Annunzio,  che, come poeta, showman,  soldato e pilota combattente, amante e persino capo di governo, vive all’altezza dei suoi ideali.

Agli inizi del ‘900 la vita letteraria ruota soprattutto attorno a riviste fondate, dirette e compilate da piccoli gruppi.  I nomi di Giovanni Papini, Giuseppe Prezzolini, Giuseppe Antonio Borgese, Aldo Palazzeschi, Ardengo Soffici, e altri, ricorrono in Leonardo (1903), Hermes (1904), La Voce (1908) e Lacerba (1913), tutte pubblicate a Firenze.

Crepuscularismo Futurismo sono le due principali tendenze letterarie. I Crepuscolari favoriscono uno stile  disadorno, modesto, colloquiale, ed un gusto per il prosaico, il grigio,  per descrivere gli aspetti dimessi della quotidianità. Guido Gozzano (1883-1916),  Sergio Corazzini (1887-1907), Marino Moretti (1885-1877) e il primo Aldo Palazzeschi (1885-1974) sono i più noti rappresentanti del movimento. I Futuristi, guidati  da Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), direttore di Poesia, rivista cosmopolita pubblicata a Milano, mirano a sostituire l’arte  tradizionale, che essi considerano inappropriata alla nuova età scientifica ed industriale,  con una nuova arte completamente libera nella scelta di forme e mezzi d’espressione.  Sia i  Crepuscolari che i Futuristi sono  parte di una complessa tradizione europea di delusione letteraria e di rivolta: entrambi,  i primi     orientati verso il passato, i secondi verso il futuro, possono essere considerati come due facce della incapacità di affrontare la realtà contemporanea. Parecchi poeti  di questo periodo, come Palazzeschi, Soffici e Corrado Govoni, cominciano come crepuscolari e diventano poi futuristi.

Il ritorno all’ordine.  Dopo la prima guerra mondiale, il desiderio di un “ritorno all’ordine”  permette al regime fascista di  imporre la propria forma di “ordine”. Il nuovo punto unificante è la rivista La Ronda, fondata a Roma nel 1919 da Vincenzo Cardarelli, che auspica un ritorno ai valori letterari della tradizione italiana. Il neoclassicismo de La Ronda dà origine ad un nuovo genere letterario, variamente etichettato come “prosa artistica”, elzeviro e capitolo, che consiste in esercizi stilistici in cui il contenuto è quasi irrilevante. Poiché la dittatura fascista contrasta la libera espressione delle idee, come scrivere  comincia ad essere considerato più importante di  che cosa scrivere. La poesia subisce un processo di involuzione, in parte influenzato dal  Simbolismo francese con la sua  fede nel potere mistico della parola. Mentre molti poeti della generazione bellica, stanchi della tradizione e della retorica, cercano nuovi modi di espressione  e  i Futuristi  eliminano la retorica dal loro sistema,  altri, come Camillo Sbarbaro, coltivano uno stile purificato da elementi non essenziali. Da questi sforzi, tra il ’25 e il ’35, esce una poesia  che consiste  principalmente in enunciazioni brevi e frammentarie, in cui la carica lirica  delle parole è accresciuta  dall’isolamento contestuale e dalla disintegrazione  dei normali legami sintattici e semantici. L’oscurità che ne risulta trasforma i poeti  in una élite di iniziati ai  misteri della Parola Poetica e  consente ad alcuni, in particolare ad Eugenio Montale, di esprimere velatamente il proprio pessimismo. Il  movimento, conosciuto come Ermetismo, fa capo alle riviste fiorentine “Frontespizio” e “Campo di Marte”.  Tra i suoi principali esponenti figurano Salvatore QuasimodoMario Luzi, Vittorio Sereni e Leonardo Sinisgalli.

Giuseppe Ungaretti, considerato il caposcuola, cerca di caricare ogni parola delle sue prime, brevissime, composizioni di tale intensità e molteplicità di significati che la preoccupazione per i problemi tecnici spesso oscura l’emozione.  Negli anni ’40, la poesia ermetica continua in un gruppo ristretto di poeti-critici (Sinisgalli, Gatto e Luzi), che scrivono soprattutto l’uno per  l’altro, recensendo l’uno le poesie dell’altro.  Su questo sfondo di raffinatezza, oscurità e irrealtà, solo le composizioni semplici e spesso toccanti di Umberto Saba conservano un richiamo immediato e umano.

Il Movimento “Neorealista e le sue conseguenze. Durante e dopo la seconda guerra mondiale, tuttavia, la torre d’avorio dell’Ermetismo comincia a sbriciolarsi. Lo stile di Ungaretti diventa così chiaro da essere quasi irriconoscibile. Salvatore Quasimodo abbandona il manierismo ermetico per un nuovo stile impegnato, che gli guadagna l’ammirazione dei critici e il premio Nobel per la letteratura nel 1959. Dall’ambito dell’ermetismo e dai suoi influssi si staccano anche Mario Luzi, Giorgio Caproni, Vittorio Sereni, che unisce lirismo e discorsività, e Attilio Bertolucci, la cui poesia delicata, dallo stile suggestivo, è piena di inquietudine. Inizia così la tendenza verso il realismo sociale, o neorealismo (1943-1955), che si esplica soprattutto nella narrativa, nel cinema  e nell’arte.

 

Il neorealismo - La poetica del neorealismo viene promossa soprattutto da riviste come La Strada e Momenti (1948-549, che sostengono la necessità di una poesia impegnata anche in senso politico e sociale, tesa a coltivare l’epica e la cronaca e a rappresentare la realtà quotidiana. Poeti ermetici o vicini all’Ermetismo, come Alfonso Gatto e Salvatore Quasimodo,  si adeguano  alla nuova poetica nella produzione successiva al 1945. Ovviamente, considerati gli scopi, tale poetica favorisce un “abbassamento” stilistico e il rinnovamento linguistico.  Esiti felici si ritrovano comunque anche nella voce classicheggiante di Sandro Penna, con la sua attenzione alla vita delle classi povere, nel contrasto ideologia-elegia di Franco Fortini e nel forte impegno ideologico di Cesare Pavese.

La neo-avanguardia -Agli inizi degli anni ’60, con la neoavanguardia riprendono le sperimentazioni linguistiche. Precedute dal gruppo I nuovissimi (1961), dall’omonima antologia che esce nel 1963 e dall’attività delle  riviste Il Verri, e Officina, esse culminano con il Gruppo ’63, formato da studiosi di estetica, scrittori e poeti, tra cui Umberto Eco, Edoardo Sanguineti, Giorgio Celli, Nanni Balestrini, ecc.,  e fondato appunto nel 1963. Il gruppo contesta e respinge i moduli tipici del romanzo neorealista e della poesia tradizionale, ma è troppo lontano per sensibilità e stile di comunicazione dalla realtà e dalla vita quotidiana, per cui viene accusato di cerebralismo. Esso si scioglie nel 1969.

Dopo l’esplosione dei movimenti del ’68, nella poesia si impone il “mito dell’esperienza consumata sull’immediato”, si recupera la “fisicità”; vi è un riflusso nel privato e l’io è “immerso nella pratica quotidiana”. Vengono riscoperti il sentire e il percepire libero. Di qui il tono discorsivo, il passaggio dalla lirica al discorso poetico, in cui i registri si confondono, in cui prevalgono la musicalità e il gioco delle onomatopee e la tensione si scioglie in uno stile vicino al parlato.

A partire dagli anni ’80, si assiste ad un aumento di toni elevati e meditativi, con il “neo-sublime” di Sereni, Fortini,Caproni, Luzi, Erba e altri. A poco a poco “…..la poesia esplora tutte le possibilità del vocabolario e del discorso, recupera arcaismi, conia parole nuove, ricorre al lessico dei vari saperi, …. Interviene sulla punteggiatura  stravolgendone le regole …” (E. Testa).   Ma vi è anche un ritorno alla poesia intesa come forma perfetta.  Accanto  agli autori che possono essere considerati classici del ‘900,  compaiono  voci nuove, molto interessanti, anche femminili (Alda Merini, Patrizia Cavalli e Patrizia Valduga) . Nell’ultimo periodo del ‘900, il panorama si presenta così vario da rendere impossibile qualsiasi suddivisione in categorie.

L’allestimento – Senza alcuna pretesa di essere esaustivo, il recital attraversa la poesia del Novecento, nelle sue voci e nelle sue composizioni più o meno famose o conosciute.

I componimenti poetici sono stati suddivisi in cinque sezioni: Luoghi, paesaggi e cose; Momenti e figure; Il tempo e la memoria; L’uomo: la ricerca dell’io, la vita e la morte; Stati d’animo, sensazioni, emozioni, sentimenti.

In ogni sezione essi compaiono secondo un ordine cronologico determinato dalla data di nascita dell’autore, cosicché è pure possibile ritrovare nella scelta i movimenti e le correnti che hanno segnato il XX secolo e che le hanno determinate.  Le varie sezioni sono intervallate e accompagnate da un tema musicale, che ne sottolinea e ne accentua le caratteristiche.

Regia

Walter Delcomune

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Musiche originali

Fabrizio Palermo

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Foto

Andrea Perina

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con

Fiorenza Bonamenti Walter Delcomune  Sergio De Marchi

Stanislao Fezzi  Angela Fornacciari  Marco Meloni

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Collaborano

Sandro Boninsegna e Gabriele Oliva

I MANICHINI

prodotti da : falegnameria Montini

D e s i g n e r  F r a n c o  U b e z i o



con il patrocinio del

Sei personaggi in cerca d’autore

Luigi Pirandello

dal programma di sala

Pirandello

Luigi Pirandello (1867 -1936 ) –Nacque a Girgenti, oggi Agrigento, nella villa  detta il “Caos”,  in una famiglia agiata della borghesia commerciale. Non ebbe un’infanzia  serena  per la difficoltà a comunicare con adulti e genitori, in particolare con il padre. Si interessò molto presto di letteratura e, dopo il liceo, frequentò le università di Palermo, Roma e  Bonn, dove si laureò con una tesi di fonetica e morfologia in tedesco. Tornato in Italia nel 1892, si stabilì a Roma dove Luigi Capuana  lo introdusse nel mondo letterario.

Nel 1894 sposò Maria Antonietta Portulano, figlia di un socio del padre, dalla quale ebbe tre figli. Nel 1904, una crisi delle aziende familiari di zolfo rovinò il suo patrimonio e quello della moglie, che vide acuirsi i problemi di disagio mentale che già l’avevano colpita. (Solo nel 1919 Pirandello la fece  ricoverare in un ospedale psichiatrico). Nel frattempo egli si era dedicato all’insegnamento e, dal 1897 al 1922, fu professore di stilistica prima e di letteratura italiana poi, presso l’Istituto superiore di magistero di Roma. Nel primo novecento pubblicò poesie, saggi, romanzi e novelle e nel 1909 iniziò una collaborazione con il Corriere  della Sera. Scrisse anche opere teatrali, in siciliano e in italiano, ma fu soprattutto a partire dal 1921, l’anno delle rappresentazioni di Sei personaggi in cerca d’autore, che egli ottenne consensi di pubblico e di critica come drammaturgo. Nel 1925 fondò la “Compagnia del Teatro d’Arte”, con Marta Abba e Ruggero Ruggeri, e con questa cominciò a viaggiare per il mondo. Fu Accademico d’Italia dal 1929 e nel 1934 ottenne  il Premio Nobel per la letteratura. Morì di polmonite a Roma mentre stava lavorando a I giganti della montagna. Aderì  pubblicamente al fascismo, ma ebbe pure  frequenti scontri con le autorità fasciste, rilasciando anche dichiarazioni di apoliticità.

La produzione letteraria – Oltre che drammaturgo, Pirandello fu poeta e narratore. Fu autore di  moltissime novelle, che raccolse  in Novelle per un anno.  Intendeva scriverne 365, una per ogni giorno dell’anno, ma ne completò solo 256, 241 pubblicate nel 1922 e 15 postume.  Molte di esse divennero poi opera teatrale. I personaggi delle novelle sono gente comune,  sempre alle prese con il male di vivere, la cattiva sorte e i drammi familiari. Pirandello scrisse anche sette romanzi, tra cui i più importanti sono L’esclusa (1901), Il fu Mattia Pascal (1904), I vecchi e i giovani (1913) e Uno, nessuno e centomila (1925).

Il pensiero – Poetica e pensiero di Pirandello si ritrovano  principalmente nei due saggi Arte e Scienza e L’umorismo (1908), in Il fu Mattia Pascal Uno, nessuno e centomila, oltre che in saggi sparsi e  in alcune opere teatrali, in particolare Sei personaggi in cerca d’autore. Pirandello  distinse tra comico, come avvertimento del contrario, che nasce dal contrasto tra apparenza e realtà, e umorismo, come sentimento del contrario, in cui vi è il senso di un comune sentimento della fragilità umana.  Teorizzò la crisi dell’io,  a causa della quale “il nostro spirito consiste di frammenti ….. i quali si possono disgregare e ricomporre …. talché possiamo comporre e costruire in noi stessi altri individui ….. con propria coscienza, con propria intelligenza, vivi e in atto …”. In un universo in continuo divenire, ove la vita dipende da un flusso dominato dal caso, l’uomo si difende costruendo forme fisse, una specie di sistema sociale che lo lega a maschere, in cui non può mai riconoscersi o nelle quali è costretto ad identificarsi per dare un senso alla propria esistenza. Ma fissare questo flusso equivale a non vivere, di qui il contrasto  tra vita e forma. Poiché la società  crea ruoli e impone regole, l’uomo è perennemente sconfitto e può fuggire alle convenzioni solo con la follia. Di qui il relativismo psicologico. Tutti noi portiamo una maschera dietro la quale coesistono molte personalità e siamo “uno, nessuno e centomila”, così non possiamo capire né gli altri né noi stessi, vediamo la realtà a nostro modo e possediamo una nostra verità. Di conseguenza non può esistere comunicazione su basi oggettive e condivise. Possiamo accettare la maschera, oppure rassegnarci ad essa e reagire in modo ironico o umoristico, o ancora reagire con disperazione, chiudendoci in una solitudine assoluta e giungendo all’alienazione dagli altri e da noi stessi. L’unico modo per vivere è accettare il fatto di non avere un’identità precisa.

La produzione teatrale – E’ divisa in quattro fasi: il teatro siciliano, il teatro umoristico e grottesco, il teatro nel teatro, e il teatro dei miti. Nella prima fase egli scrisse interamente in lingua siciliana (Lumìe di Sicilia, Pensaci Giacomino, Liolà, ecc.). Nella seconda fase, con Così è se vi pare, Il berretto a sonagli, Il piacere dell’onestà, Ma non è una cosa sera, Il giuoco delle parti, L’uomo, la bestia e la virtù, ecc., Pirandello introdusse una visione relativistica della realtà e cercò di esprimere la dimensione della vita al di là della maschera. Nella terza fase, che comprende Sei personaggi in cerca d’autore, Ciascuno a suo modo, Questa sera si recita a soggetto, oltre a Enrico IV, Vestire gli ignudi, L’uomo dal fiore in bocca, La vita che ti diedi, ecc., egli giunse alla dissoluzione della finzione scenica e mise in discussione i principi portanti stessi del teatro tradizionale. Infine, nella quarta fase, con La nuova colonia, Lazzaro e I giganti della montagna, introdusse nel teatro significazioni simboliche e utopie (sociali, religiose e artistiche).

Sei personaggi in cerca d’autore fa parte, con Ciascuno a suo modoQuesta sera si recita a soggetto, della trilogia del “teatro nel teatro”. L’opera fu rappresentata per la prima volta a Roma, al Teatro Valle, il 10 maggio 1921, dalla Compagnia diretta da Dario Nicodemi. Malgrado la bravura degli attori,  lo spettacolo fu un “fiasco”. Buona, invece, fu l’accoglienza a Milano, il 27 settembre 1921. L’opera passò poi a Parigi e in numerose tournée all’estero, ma ottenne la consacrazione ufficiale solo con il ritorno sul palcoscenico del Teatro d’Arte di Roma, in un’edizione diretta dallo stesso Pirandello,  nel 1925.  

La trama - Mentre una compagnia teatrale sta provando, appaiono  improvvisamente  sulla scena sei personaggi: il Padre, la Madre, la Figliastra, il Figlio, il Giovinetto e la Bambina. Come spiega il Padre, essi sono nati dalla fantasia di un autore, che però non ha potuto o voluto dar loro vita in un’opera d’arte, e  cercano  un autore che metta in scena il loro dramma. Il capocomico prima li caccia, poi tentenna e infine accetta di rappresentare la loro storia. Tra le reazioni più disparate degli attori, con interruzioni e riprese caotiche,  ciascuno dei personaggi racconta la propria vicenda, rivivendola a proprio modo, spesso in contrasto con gli altri. Dopo la nascita del Figlio, la Madre è andata a vivere con il segretario del marito e da lui ha avuto la Figliastra e i due piccolini. Alla morte del compagno, ha trovato lavoro presso una certa Madama Pace, che nella sartoria gestisce una casa d’appuntamenti di cui il Padre è vecchio cliente. Madama Pace riesce ad irretire la Figliastra. Padre e  Figliastra si incontrano senza riconoscersi. E’ la Madre che scopre la ragazza tra le braccia del Padre. Questi, sentendosi colpevole, accoglie tutti in casa. La convivenza è però molto difficile perché il Figlio odia la Figliastra e la Madre e disprezza il Padre. La tragedia giunge improvvisa: la Bimba cade nella vasca del giardino e il Giovinetto si uccide. Tra le grida della Madre e i commenti di sconcerto degli attori, e mentre il capocomico perde la pazienza e caccia tutti, il Padre ribadisce la realtà dei fatti. Solo i personaggi possono rappresentare e vivere la loro tragedia, che è la loro realtà. Solo loro possono vivere eternamente nell’arte.

I temi  - Oltre ai temi presenti nella produzione tutta di Pirandello – la frammentazione  dell’io, la maschera dietro la quale ciascuno di noi si nasconde, il contrasto vita-forma, l’incomunicabilità e l’alienazione - Pirandello introduce il  “teatro nel teatro”, o meta teatro, grazie al quale il teatro riflette su se stesso. Nel loro contrasto con attori e capocomico, i personaggi si interrogano sul rapporto vita-teatro,  attore-personaggio, finzione-realtà e persino autore-personaggi.

I personaggi -  Sono stati perfettamente descritti nella prefazione che Pirandello aggiunse all’edizione del 1925, da cui si estrapolano alcuni passi significativi.  I personaggi sono portatori di “passioni contrastanti….e cercano di sopraffarsi a vicenda, con una tragica furia dilaniatrice.” Sono tutti. impegnati  “in una lotta disperata che ciascuno fa contro l’altro e tutti contro il Capocomico e gli attori che non li comprendono”.  Essi esprimono il proprio tormento oltre che “la molteplice personalità di ognuno….e infine il tragico conflitto tra la vita che di continuo si muove e cambia e la forma che la fissa immutabile”. Padre e Figliastra ribadiscono la “fissità della loro forma, nella quale l’uno e l’altra vedono espressa per sempre la loro essenzialità, che per l’uno significa castigo, per l’altra vendetta, la difendono contro le smorfie fittizie e la incosciente volubilità degli attori e cercano di imporla al…Capocomico, che vorrebbe alterarla e accomodarla alle così dette esigenze del teatro”. Padre, Figliastra e Figlio sono presentati come “spirito”, come “natura” la Madre (definita più avanti anche come “vittima rassegnata” e “figura umanissima”), come “presenze” il Giovinetto…. e la Bambina, del tutto inerte.

L’allestimento -  L’edizione originale dei Sei personaggi….. non  prevede  interruzioni nel fluire dell’azione,  limitandosi a suggerire eventuali e possibili suddivisioni in “tempi. Per dare un respiro più ampio al testo e offrire agli spettatori una pausa di riflessione, il Minimo presenta l’opera in due tempi. Inoltre, per evidenziare la scelta del “teatro nel teatro” e i temi conseguenti, la regia ha volutamente sottolineato il conflitto tra i personaggi e tra personaggi-attori e capocomico, e, a tratti, ha rallentato azione, passaggi e ritmo.

Regia

Walter Delcomune

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I  personaggi della commedia da fare


Il padre Sergio De Marchi
La madre Fiorenza Bonamenti
La figliastra Angela Fornacciari
Il figlio Francesco Alfano
Il Giovinetto
La bambina

La compagnia  teatrale

Il direttore-capocomico      Rosalba Le Favi

Gli attori Silvia Tarabori
Marco Meloni

l'assistente    Sandro Boninsegna

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Assistenza di Gabriele Oliva

Collaborazione di Paciugo, Andrea Perina e Armeria Zanetti, Mantova, e

I MANICHINI

prodotti da : falegnameria Montini

D e s i g n e r  F r a n c o  U b e z i o


con il patrocinio del Comune di Mantova

Medea

Lucio Anneo Seneca

dal programma di sala

gli antefatti

 

Medea

Giasone (in greco: Iason o Ieson), eroe della Tessaglia, era figlio maggiore di Esone, nipote del re di Iolco in Magnesia. Alla morte del nonno, il fratellastro di Esone, Pélia usurpò il trono. La madre di Giasone, temendo per la vita del figlio, lo affidò al centauro Chirone perché lo allevasse sul monte Pelio, come aveva fatto con  molti altri celebri figli.

Diventato adulto, Giàsone si recò da Pélia  per chiedere il regno che gli spettava di diritto.  Pélia gli offrì  la successione al trono a condizione che egli riportasse a casa dalla Colchide il vello d'oro. Il vello era la pelle dell'Ariete alato che Ermes aveva donato a Frisso e che aveva trasportato quest'ultimo dalla Beozia fino in Colchide in fondo al mar Nero, sottraendolo ai maltrattamenti della matrigna. Dopo l'arrivo in Colchide, alla corte del re Eeta, Frisso aveva sacrificato l'ariete a Giove e il vello dell’animale era stato appeso nel bosco sacro ad Ares, dov'era custodito da un mostruoso serpente che non dormiva mai. Ovviamente, Pélia  sperava che Giasone sarebbe morto nel tentativo di compiere l'impresa.

Per recuperare il vello, a Giàsone si unirono i più nobili eroi della Grecia, che vennero chiamati Argonauti dal nome della nave, Argo. Molti di loro avevano doti speciali: ad esempio, Argo era un abile costruttore di navi, Tifi, un ardito timoniere, Orfeo possedeva magici poteri musicali, Giasone era bellissimo. Sembra poi  che la nave fosse un dono di Atena e sapesse parlare. Il viaggio fu lungo: gli Argonauti passarono tra le Simplegadi, scogli posti sui due lati del Bosforo, che si urtavano violentemente se soffiava il vento.

Quando essi arrivarono in Colchide, il re Eeta (figlio del dio sole) pose le sue condizioni per consegnare il Vello a Giasone. Anche lui sperava che le prove avrebbero portato l’eroe ad una rapida morte. Si trattava di aggiogare ad un aratro due tori dagli zoccoli di  bronzo, che sputavano fiamme dalle nari, arare quindi un campo e seminare  denti di un drago e infine uccidere la messe di uomini armati che sarebbe spuntata dai solchi. Giasone fu aiutato da Medea, figlia di Eeta, abile maga e devota ad Ecate fin dalla più giovane età. In cambio d'una promessa di matrimonio, Medea eseguì elaborati rituali, diede a Giasone un magico unguento che lo rendeva inattaccabile dai tori che sputavano fuoco e gli disse che avrebbe potuto sconfiggere i soldati gettando tra di loro una pietra. Allo spuntar del giorno, Giasone  si spalmò sul corpo il balsamo di Medea e, reso forte dalle sue formule magiche, riuscì a superare le tre prove imposte da Eeta.

Rendendosi conto che il padre intendeva uccidere gli Argonauti, Medea condusse Giàsone nel bosco sacro ad Ares, dove il mostruoso serpente che non dormiva mai faceva la guardia al Vello. Con le sue arti magiche, riuscì a far addormentare il mostro, permettendo a Giàsone di impadronirsi della preziosa reliquia. Dopo di che, la nave salpò con gli Argonauti, Giasone e Medea, inseguiti dalla flotta di Eeta.  Ma Medea aveva preso in ostaggio il fratello giovinetto Absirto e lo tagliò a pezzi lanciandoli uno lontano dall'altro in modo che il padre, che li inseguiva, fosse costretto a mutare sempre direzione per poterli raccogliere.  Il viaggio per tornare a Iolco fu lungo e avventuroso.A Iolco, si disse che Medea aveva ridato la giovinezza al padre di Giasone, Esone,  bollendolo in un calderone. La maga si offrì di fare lo stesso per Pélia, zio di Giàsone e usurpatore del trono. Convinse le figlie a tagliare a pezzi il corpo di Pélia e metterlo nel calderone, dopo aver dato una dimostrazione con un montone. In questo modo, le ragazze, ingannate, uccisero il padre e gli Argonauti furono liberi di conquistare lolco. A causa di questo crimine, Giàsone fuggì a Corinto con Medea, lasciando il trono ad Acasto, figlio di Pélia . Dopo dieci anni, Creonte, re di Corinto,  offrì a Giasone la propria figlia Creùsa in sposa. Giasone accettò per il futuro dei figli, ripudiando  Medea.

Le fonti – L’opera si rifà all’omonima tragedia di Euripide e probabilmente ad un’opera perduta di Ovidio. Seneca, però, pur rispettando la trama euripidea, presenta un’eroina “in nero”, legata al mondo delle pratiche magiche e alle oscure potenze del male.

La storia - Ripudiata da Giasone, che sta per sposare Creusa, figlia di Creonte, re di Corinto, Medea cerca di convincere il marito a tornare da lei. Visti inutili i suoi tentativi, fa morire Creusa e suo padre arsi dal fuoco emanato dai suoi doni avvelenati. Inoltre, comprendendo che Giasone ama moltissimo i suoi figli, mette in atto un’altra tremenda vendetta, uccidendo i bimbi.

Le caratteristiche – Medea è articolata in cinque atti, ciascuno dei quali, come in tutte le tragedie di Seneca, termina con un intermezzo del coro. La vicenda si configura come conflitto fra ragione e passione, bene e male e come capovolgimento di valori. Tragedia della psiche in cui vince l’irrazionale, l’opera è un altro esempio della grande capacità di Seneca di studiare le passioni, analizzando la dimensione interiore dell’uomo.

I personaggi – Ruotano tutti intorno a Medea, che domina la scena anche quando non è fisicamente presente. Tutti la esecrano e ne  condannano il carattere indomito, la violenza e il furore selvaggio. Lei stessa riconosce la propria natura estrema, “maturata nel male”, e  più volte esterna il proprio dolore, la propria ira e il proprio desiderio di vendetta. A lei si contrappongono un Giasone “innocente”, femmineo, e pure portatore di colpa (il caos prodotto dagli argonauti), il tiranno Creonte e una nutrice dal carattere “politico”. 

Il coro – Benché conservi momenti drammatici in cui esso dialoga con le “personae”, è diventato prevalentemente lirico, un canto di intermezzo, una meditazione filosofica, o meglio morale, che accompagna e commenta l’azione che si sta svolgendo.

L’allestimento – Medea è  allestita in un unico “tempo”. Le molteplici difficoltà tecniche di rappresentazione sono state risolte grazie ad una lettura dell’opera in chiave psicoanalitica, come se tutto avvenisse in un non-luogo e non-tempo, nella mente della protagonista. Gli eventi vengono presentati in tanti “quadri”, sospesi nel tempo e separati da spazi musicali, durante i quali l’azione si interrompe  e rimane cristallizzata, quasi ad offrire pause di riflessione.

regia
Walter Delcomune
***
musiche originali
Fabrizio Palermo
Medea     Emily Pigozzi ; dal 18.6. 2011 Rosalba Le Favi
Coro        Sergio De Marchi
Nutrice    Fiorenza Bonamenti
Creonte   Sergio De Marchi
Giasone   Walter Delcomune
Collaborano
Sandro Boninsegna Gabriele Oliva


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