02 dic, 2020

TEATRO MINIMO

In programmazione

Stagione teatrale 2020-2021


Con il patrocinio del

 

 

Molière


Il medico per forza


dal programma di sala

 

Jean-Baptiste Poquelin detto Molière, commediografo e attore francese (Parigi, 1622-1673) Primogenito di Jean Poquelin, valet de chambre du roi (tappezziere del re), ebbe un’infanzia di lutti a causa della morte della madre prima e della matrigna poi. Visse a lungo nel quartiere parigino di Halles, dove conobbe la varietà della realtà umana. Ebbe un’istruzione umanistica nel collegio dei Gesuiti di Clermont, che frequentò dal 1636 al 1639. Poi portò a termine i corsi di diritto a Orléans. Da tempo, però, grazie al nonno, aveva imparato ad amare il teatro e dopo la licenza a Orléans cominciò a frequentarne gli ambienti. Qui conobbe Tiberio Fiorilli, il famoso Scaramouche, e l’attrice Madeleine Béjart. Così, nel 1643, decise di dedicarsi interamente al teatro, prese il nome di Molière e, con i fratelli Béjart fondò l’“Illustre Théatre”, di cui fu attore e direttore responsabile. La compagnia debuttò a Parigi il 1.01.1644, ma senza successo. A causa del dissesto finanziario Molière fu imprigionato per debiti. Tornato in libertà, abbandonò la capitale con alcuni membri del gruppo, iniziò la carriera di troupe ambulante e passò due o tre anni percorrendo la provincia francese con la compagnia di Charles du Fresne, finanziata dal duca di Epernon, governatore della Guienna. Nel 1650 ottenne la direzione di una compagnia e nel 1652 stabilì il proprio quartier generale a Lione, pur spostandosi in varie città e cittadine per rappresentare opere serie e comiche, tragedie e farse. Nel  nel 1653, il principe di Conti divenne il protettore della troupe Il lungo soggiorno in provincia a Molière permise un’osservazione diretta e precisa dei costumi e dei caratteri.. Nel 1658 egli tornò a Parigi e nell’ottobre dello stesso anno il gruppo con il nome di “la troupe de Monsieur”, accordato da Philippe d’Orléans,  recitò davanti alla corte e a re Luigi XIV in “Nicomède” di Corneille e “Le Docteur amoureux”. Il re fu entusiasta e concesse alla compagnia la sede del “Petit-Bourbon” e in seguito la sala del Palais-Royal, dove Molière portò in  scena tutte le sue opere fino alla morte. Qui egli rappresentò le due commedie che aveva portato dalla provincia, “Lo stordito” e “Il dispetto amoroso”, ispirate a opere italiane, prova che egli, come altri, prendeva a prestito dall’Italia i modelli e la concezione di comicità. Fu solo con “Le preziose ridicole” del dicembre 1659, una farsa in un atto, che egli presentò al pubblico un’opera del tutto originale. Con questa e con “Sganarello o il cornuto immaginario” egli finalmente raggiunse il successo. Nel 1662 sposò Armande Béjart, sorella o figlia di Madeleine. La vita di Molière fu di un’attività divorante: capocomico, attore sempre in scena malgrado una salute molto debole (soffriva di tubercolosi) e autore, egli non aveva un attimo di riposo. Più di una volta le sue opere suscitarono problemi e denunce, scandali e accuse di empietà. Nel 1673, durante una rappresentazione de “Il malato immaginario” ebbe una violenta crisi di emottisi, che lo portò quella notte stessa alla morte. Come tutti i commedianti, era scomunicato e solo grazie all’intervento del re fu sepolto nel cimitero di Saint-Eustache, a una profondità di quattro piedi, misura che fissava l’estensione in profondità della terra consacrata. Oggi la sua tomba si trova nel cimitero di Père Lachaise, accanto alla tomba di Jean de La Fontaine. Solo nel 1774 l’Accademia di Francia riconobbe il suo valore con una statua.

 

Le opere – Come commediografo fu molto prolifico. Scrisse farse, commedie di intrigo, commedie romanzesche,  di costume e di carattere. Delle numerose opere destinate al pubblico della provincia ci restano solo due campioni. La sua prima grande commedia, “Lo stordito o il contrattempo” risale al 1653 o al 1655. A partire da quella data fino alla morte compose più di venti opere, una o due all’anno, a volte in tre atti, a volte in cinque, sia in prosa che in versi, presentate nella sala del Palais-Royal, a Fontainebleau e a Versailles. Tra le più note troviamo “La scuola dei mariti” (1660), “La scuola delle mogli”(1662), “Tartufo” (1664), “Don Juan” (1665), “Il misantropo” (1666), “ “L’avaro” (1668), “Il borghese gentiluomo” (1670), “le donne sapienti” (1672), “Il malato immaginario” (1673).

Molière fu anche l’iniziatore della comédie-ballet, di cui fanno parte “Les facheux/Gli importuni” (1661), “Il matrimonio per forza” e “La principessa di Elide”, entrambe del 1664, prime di una lunga serie di intermezzi galanti e fastosi che tanto piacevano a Luigi XIV.  Ne scrisse circa 13, con la collaborazione musicale e coreografica di Lully-Beauchamp e di Charpentier-Beauchamp. Persino “Il malato immaginario” rientra in questo gruppo.

Numerose sono anche le opere in cui Molière affronta il tema della medicina e dei medici. Il ciclo comincia con la farsa “Il medico volante” (1659), prosegue con la commedia-balletto “L’amore medico” (1665), con “Il medico per forza” (1666) e dopo tre anni con “Monsieur de Pourceaugnac” per terminare nel 1673 con “Il malato immaginario”. La critica ha spiegato questa scelta dell’autore insistendo essenzialmente sugli elementi autobiografici, la sua tubercolosi, e sull’impossibilità delle cure (in particolare il salasso) di guarire la malattia. Solo apparentemente però Molière se la prende con i medici. In realtà il suo obiettivo è la medicina, che egli ritiene non al passo con i tempi.

 

Le caratteristiche della sua produzione – Allievo degli italiani della commedia dell’arte, Molière segue una grande regola: piacere alla platea e alla corte. Buona parte della sua produzione dimostra la sua preferenza per uno spettacolo in cui testo, musica e danza sono intimamente legati. In generale egli    costruisce l’azione con grande facilità, facendo nascere gli incidenti gli uni dagli altri. Lui stesso ammette di “dipingere da natura”, partendo da ciò che la realtà gli fornisce e spingendone i tratti fino alla caricatura.  Studia a fondo passioni, debolezze e vizi e con grande abilità pone i personaggi principali in ambienti e situazioni che fanno emergere tutti i lati del loro carattere e che possono suggerire riflessioni morali. In effetti nella prefazione di “Tartufo” egli sostiene l’utilità morale della commedia, probabilmente intendendo che chi cede a passioni, vizi, eccetera, ne subisce sempre le conseguenze e chi ad essi resiste è in pace con se stesso e si guadagna la stima degli altri. Mettendo in luce gli effetti comici della realtà contemporanea egli presenta anche problemi gravi e scottanti, come ad esempio l’educazione dei figli e delle donne e la libertà da concedere alle mogli. In questo modo, soprattutto con “La scuola delle mogli” e “Il misantropo”, egli introduce le idee che saranno alla base del teatro borghese.

La sua grande forza fu la disciplina rigorosa che egli impose ai suoi compagni e che ottenne da loro con il suo prestigio e la sua generosità. I contemporanei ammiravano moltissimo la precisione estrema delle sue produzioni, in cui ogni gesto, ogni passo, ogni occhiata erano accuratamente calcolati.

 

Il medico per forza - Si pensa che Molière abbia composto l’opera prendendo spunto da “Le vilain mire” (Le paysan médecin) un fabliau dei secoli XIII/XIV con l’obiettivo di sostenere “Il misantropo”, che non attirava molto pubblico. Ma questa operina accompagnò l’altra solo a partire dalla ventiquattresima replica. La prima assoluta ebbe luogo il 6 agosto 1666 al teatro del Palais-Royal di Parigi.

Sganarello è un boscaiolo beone, che batte sistematicamente la moglie Martina. Per vendicarsi questa lo segnala come grande luminare a due donne che cercano un medico per Lucinda, figlia di Gerontina, che ha perso l’uso della parola. Martina rivela loro che Sganarello ammette di essere medico solo dopo essere stato bastonato a dovere. Cosa che puntualmente accade. Condotto a casa di Gerontina, Sganarello incontra Lucinda, stupisce tutte le donne con le sue chiacchiere, corteggia la balia Giacomina e finge di diagnosticare la malattia della giovane. Lucinda però non è veramente muta: la malattia è un tiro mancino che essa gioca alla madre, che non vuole darla in sposa a Leandro, il suo innamorato. Sganarello si mette d’accordo con  Leandro, che, travestito da farmacista, incontra Lucinda e la rapisce. Accortasi dell’inganno, Gerontina vuole fare impiccare Sganarello. Ma…………

In quest’opera, come in altre, il personaggio principale è Sganarello, una figura comica che Molière probabilmente trasse dalle maschere del teatro italiano. Sganarello è generalmente presentato come un debole in balia delle circostanze e destinato a provare delusioni. Qui invece egli diventa impostore e si improvvisa medico, facendo il  verso ai medici e utilizzando un latino maccheronico, che risulta divertente. Tutti gli altri personaggi, creduloni o scettici e sospettosi, tipici di una realtà provinciale e contadina, ruotano attorno a lui, reagendo a seconda del suo comportamento..

Anche questa farsa contiene una morale: attenti agli imbroglioni e ai ciarlatani, che nascondono i propri loschi obiettivi sfoggiando cultura e sapienza. E il tema risulta quanto mai attuale.


L’allestimento - L’opera, originariamente in tre atti viene presentata in due tempi. Nel suo adattamento la regia ha cercato di ricreare lo spirito di Molière. E per offrire uno spettacolo leggero e divertente ha fatto ricorso ad una recitazione sopra le righe e a interventi musicali e di danza.

Durata: 1h 20’ circa + intervallo

Regia

Sergio De Marchi


Scena

Sergio De Marchi con la collaborazione di Franco Ubezio

 

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Sganarello                               Sergio De Marchi

Martina, moglie di Sganarello                   Angela Fornacciar

Roberta, vicina di Sganarello                     Bruna Campi

Valeria, donna di fiducia di Gerontina      Gabriella Ferramola

Luchina, altra donna di Gerontina            Ivonne Paltrinieri

Gerontina, madre di Lucinda                     Fiorenza Bonamenti

Giacomina, balia in casa di Gerontina      Pierangela Giavazzi

Lucinda, figlia di Gerontina                       Wanda Demarchi

Leandro, innamorato di Lucinda               Tes Lazzarini

Tibalda, cugina di Perrino               Bruna Campi

Perrino, cugino di Tibalda    Sandro Boninsegna

 

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Collaborano

Valter Delcomune Marco Ferrari Franco Ubezio

Servizio fotografico

Andrea Perina

 

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con la collaborazione di GRAZIA FERRAMOLA


Con il patrocinio del
Ceneri alle ceneri
Harold Pinter

L'uomo dal fiore in bocca

Luigi Pirandello

Dal programma di sala

Harold Pinter – (Londra, 1930 - 2008) – drammaturgo, sceneggiatore e regista inglese. Nacque a Hackney, East London, da una famiglia ebrea. Dopo la scuola classica ottenne una borsa di studio per la Royal Academy of Dramatic Art, che lasciò dopo due semestri. Fu obiettore di coscienza e rifiutò di fare servizio militare. Scrisse poesia e opere teatrali e dal 1950 al 1956 lavorò come attore radiofonico alla BBC e dal 1954 al 1959 in compagnie di giro. Nel 1958 esordì come commediografo con Il compleanno, ma l’opera fu stroncata. Due anni dopo, invece, ottenne un grande successo con Il guardiano. Negli anni ’70 si dedicò maggiormente alla regia, come Associate D: 1 h 20?irector del National Theatre (1973). Nel 1977 lasciò la moglie per la figlia maggiore del VIImo Lord Longford, cattolica, che sposò nel 1980, causando uno scandalo. In campo politico si oppose alla guerra in Nicaragua, al sostegno dato dagli USA alle dittature latino-americane e all’invasione dell’Afganistan e dell’Iraq da parte degli Stati Uniti. Nel 2005 gli fu assegnato il Nobel per la letteratura. Morì nel 2008, alla vigilia di Natale, dopo una lotta di sei anni contro un tumore esofageo.

Le sceneggiature – Per il cinema Pinter ha sceneggiato opere sue e di altri (circa 20). La sua fama come sceneggiatore iniziò con tre film di Joseph Losey, Il servo, 1963, L’incidente, 1965, e Messaggero d’amore, 1971. Altra sceneggiatura importante fu La donna del tenente francese di Karel Reisz. Sceneggiò anche film basati sulle sue opere teatrali. .

Le opere teatrali – Scrisse 29 opere teatrali e 15 sketch e fu coautore di due lavori per il teatro e la radio. Nella sua produzione troviamo tre tipi diversi di opere: commedie della minaccia, commedie della memoria e commedie politiche.

Nelle commedie della minaccia (1957-1967) una situazione di quotidianità, apparentemente innocente diventa assurda e minacciosa, con i personaggi che si comportano in modo inspiegabile (La stanza, 1957, Il compleanno, 1958, La serra, 1958, Il calapranzi, 1959, Il guardiano, 1960, Il ritorno a casa, 1964, Un leggero fastidio, opera radiofonica, 1959, e Notte fuori, 1960.).

Le commedie della memoria (1968-1982) esplorano le ambiguità, i misteri e le bizzarrie della memoria. (Notte, 1969, Vecchi tempi, 1971, Terra di nessuno, 1975, Tradimenti, 1978, Voci di famiglia, 1981, Victoria Station, 1982, e Una specie di Alaska, 1982).

Le opere e gli sketch politici (1980-2000) sono più brevi, con critiche all’oppressione, alla tortura e a vari abusi dei diritti umani. ( Il bicchiere della staffa, 1984, Il linguaggio della montagna, 1988, The New World Order, 1991, Party Time, 1991, Chiaro di luna, 1993 e Cenere alle ceneri, 1996.)


Le caratteristiche delle opere teatrali di Pinter – La maggior parte appartiene al Teatro dell’Assurdo. Come Kafka e Beckett, egli ripropone temi ricorrenti, alcuni più frequenti nelle prime opere, come ad esempio il senso di minaccia (fisica o psicologica), ricordi ossessionanti, l’immagine della stanza, la sfiducia nei legami famniliari, l’incapacità di comunicare, la solitudine, ecc. In genere egli presenta una situazione o una serie di situazioni intrecciate, che evocano stati d’animo, sensazioni, atmosfere. Pinter usa una lingua particolare: dialoghi e monologhi riproducono l’inglese parlato, con cliché, ripetizioni, banalità ed errori di sintassi. Pause e silenzi, a volte molto lunghi, sono frequenti nelle sue indicazioni di scena e sono importanti come le parole perché aumentano il senso di timore e di mistero e/o mantengono alta la tensione drammatica. Il suo stile è stato definito “pinteresco”.


Ceneri alle ceneri – E’ l’ultima opera scritta da Pinter, che la fece rappresentare a Londra, nel 1966, curandone personalmente la regia. Solo due i personaggi, Devlon e Rebecca. Marito e moglie? Amanti? Non si sa. I due conversano. Il loro dialogare è strano. Spazi altri, visioni e oggetti destabilizzano l’apparente quotidianità. Dai loro discorsi emergono infatti tratti di un passato indecifrabile, fatto di episodi sanguinosi, che riportano alle tragedie e agli orrori del secolo scorso. Binari a perdita d’occhio. Uomini e donne verso percorsi impervi. Bambini strappati alle madri.L’atmosfera è inquietante come nelle migliori opere del commediografo inglese.

 

Luigi Pirandello (1867-1936) - Nacque a Girgenti, oggi Agrigento, nella villa della "Il Caos", in una famiglia della borghesia. Si interessò presto di letteratura e, dopo il liceo, frequentò le università di Palermo, Roma e Bonn, dove si laureò. Tornato in Italia nel 1892, si stabilì a Roma. Nel 1894 sposò la figlia di un socio de padre. Nel 1904  una crisi delle aziende familiari di zolfo rovinò il suo patrimonio e quello della moglie, che vide acuirsi i problemi di disagio mentale che già l'avevano colpita. Solo nel 1919 Pirandello la fece ricoverare in un ospedale psichiatrico. Nel frattempo egli si era dedicato all'insegnamento e, dal 1897 al 1922, fu professore di stilistica prima e poi di letteratura italiana presso l'istitut il 21 febbraio 1923, nell'allestimento di A. G. Bragagliao Superiore di magistero di Roma. Nel primo Novecento pubblicò poesie, saggi, romanzi e novelle. Esordì come commediografo nel 1910 con La morsa, seguita da Lumie di Sicilia e nel 1915 da La ragione degli altri, opera del 1895. Fu però con Sei personaggi in cerca d'autore (1921) che ottenne consensi di pubblico  e di critica come drammaturgo. Nel 1925 fondò la "Compagnia del Teatro d?arte", con Marta Abba e Ruggero Ruggeri. Fu accademico d'Italia dal 1929 e nel 1934 ottenne il Premio Nobel per la Letteratura. Morì di polmonite a Roma, mentre stava lavorando a I giganti della montagna.

 

La produzione teatrale - Può essere divisa in quattro fasi: il teatro siciliano, il teatro umoristico e grottesco, il teatro nel teatro e il teatro dei miti. Nella prima fase Pirandello scrisse interamente in siciliano (Lumie di Sicilia, Pensaci Giacomino, Liolà, ecc.). Nella seconda (Così è se vipare, Il berretto a sonagli, Il piacere dell'onestà, Il giuoco dell parti, L'uomo la bestia e la virtù, ecc. ) egli introdusse una visione relativistica della realtà e cercò di esprimere la dimensione della vita al di là della maschera. La terza fase comprende Sei personaggi in cerca d'autore, Ciascuno a suo modo, Questa sera si recita a soggetto, Enrico IV, Vestire gli ignudi, L'uomo dal fiore in bocca, L'amica delle mogli, Trovarsi, ecc.) In questa parte della sua produzione Pirandello introdusse la tecnica del "teatro nel teatro", la dicotomia vita-arte e approdò anche alla drammaturgia dell' "angoscia esistenziale", con l'interiorizzazione del contrasto "essere-apparire". Nella quarta fase, che attraversò la sua opera dal 1928 al 1936, egli portò nel teatro significazioni simboliche e utopie sociali, religiose e artistiche (La nuova colonia, Lazzaro, I giganti della montagna).

 

L'uomo dal fiore in bocca - Scritta nel 1923 e ricavata dalla novella Caffè notturno , l'opera fu rappresentata al Teatro degli Indipendenti di Roma il 21 febbraio 1923, nell'allestimento di A.G. Bragaglia. Quando la compagnia si trasferì a Milano , il 10 giugno dello stesso anno, in uno spettacolo "sintetico" , che abbinava balletti e altre opere, successe il finimondo.

 

 

La trama - Un uomo affetto da un male inguaribile (un epitelioma, "il fiore in bocca") incontra un viaggiatore che ha perso il treno ed è seduto al caffè notturno di una stazione. Con costui l'uomo intavola un dialogo, che per la verità è più un monologo di grande intensità e drammaticità. Nelle sue parole, oltre alla certezza della morte imminente, le sue impressioni, i suoi ricordi, il rimpianto e il dolore per la vita che gli sta sfuggendo.


 

Regia

Valter Delcomune
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Scena e costumi

Franco Ubezio

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Ceneri alle ceneri

Devlin Valter Delcomune

Rebecca Marisa Taffelli

 

L'uomo dal fiore in bocca

L'uomo dal fiore      Giovanna Granchelli

L'avventore          Valter Delcomune

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Collaborano

Fiorenza Bonamenti Sergio De Marchi Franco Ubezio


Accoglienza Wanda Demarchi

 

Con il patrocinio del

 

Coppia aperta, quasi spalancata

Dario Fo – Franca Rame


dal programma di sala

Dario Luigi Angelo Fo - drammaturgo, attore, regista, pittore, sceneggiatore (Sangriano, VA, 1926, Milano 2016) – Ebbe la fortuna di nascere in un ambiente intellettualmente molto vivace, dove favole, cronaca locale e non e storie di viaggio, lo colpirono tanto da influire sulla futura vita artistica. Per non essere deportato in Germania, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 si arruolò nelle file dell’esercito fascista, prima come addetto alla contraerea a Varese, poi nel “Battaglione Azzurro” di Tradate. Si laureò in pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera e dal 1950 cominciò a lavorare per la RAI come attore e autore di testi satirici della Compagnia di Rivista di Milano. Nel 1954 sposò l’attrice Franca Rame. Trasferitosi a Roma, lavorò come soggettista per il cinema. Nel 1956 scrisse e interpretò insieme a Franco Parenti un varietà per la radio e nel 1962 condusse sul secondo canale un programma di rivista satirico-musicale. Nello stesso anno fondò la Compagnia Dario Fo-Franca Rame, che intervenne nel programma TV “Canzonissima”. A causa dei numerosi interventi della censura i due abbandonarono la televisione per il teatro, recitando in luoghi alternativi, quali piazze, case del popolo e fabbriche. Per le convinzioni politiche di Dario e Franca, la compagnia subì numerosi processi e querele, oltre che intimidazioni e minacce. Nel 1968, con Franca e altri, fondò il gruppo “Nuova Scena”. L’anno successivo presentò per la prima volta “Mistero buffo”. Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70 si schierò con le organizzazioni extraparlamentari di estrema sinistra e fondò il collettivo “La Comune”. Continuò poi a produrre opere tra farsa e impegno politico e nel 1977 tornò con Franca in TV, in un programma dal titolo “Il Teatro di Dario Fo”. La Chiesa reagì molto duramente ai modi e al linguaggio con cui nel programma venivano trattati certi temi e personaggi religiosi. Dal 1978 in poi si cimentò anche con la regia di opere liriche, sia in Italia che all’estero. Continuò a produrre opere cogliendo temi di attualità e raccontando eventi alla sua maniera. Nel 1997 ricevette il Premio Nobel per la Letteratura con la seguente motivazione “Seguendo la tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi.” La scelta dell’Accademia svedese suscitò molte proteste e divise il mondo della letteratura. Nel 1999, con Franca, fu insignito della laurea “honoris causa” all’Università di Wolverhampton. Ritornò ancora una volta alla produzione di impegno civile e politico e a spettacoli-lezione (con Giorgio Gaber) sulla storia del teatro in Italia, trasmessi anche in TV. Nel 2005 fu insignito della laurea “honoris causa” alla Sorbona di Parigi e l’anno successivo alla Sapienza di Roma. Lavorò ancora in film e con cantautori (Iannacci, per esempio) e, dopo la morte della moglie (2013) pubblicò due romanzi e appoggiò le liste di Ingroia e del M5S alle politiche del 2013. Morì nel 2016 per una crisi respiratoria. E’ sepolto nella cripta del Cimitero Monumentale di Milano, assieme alla moglie e all’amico Enzo Iannacci..

Le opere e le caratteristiche della sua produzione - Come autore teatrale fu estremamente prolifico, per cui è praticamente impossibile menzionare tutte le opere (ne scrisse più di 70). Le prime presentano la struttura della farsa, arricchita da elementi di satira di costume e da un atteggiamento critico verso il “teatro borghese”. Tra le altre appartengono a questo periodo “La marcolfa”, “Gli imbianchini non hanno ricordi”, “Non tutti i ladri vengono per nuocere” (!958), “Gli arcangeli non giocano a flipper” (1959), “Isabella, tre caravelle e un cacciaballe” (1963), “Settimo, ruba un po’ meno” (1964). Nel 1968, con la fondazione del gruppo teatrale “Nuova scena”, Fo si diede l’obiettivo di ritornare alle origini popolari del teatro e alla sua valenza sociale. E’ dell’anno successivo “Mistero buffo”, con il suo ‘grammelot’, un misto di dialetti della pianura padana, che si rifaceva alle improvvisazioni dei giullari e della Commedia dell’Arte. Nel 1970, con “Morte accidentale di un anarchico” ritornò alla farsa e all’impegno politico. “Il teatro di Dario Fo”, programma TV della Rete 2 del 1977 comprendeva molte delle opere degli anni ’60 già menzionate, oltre a “Ci ragiono e canto”, “La signora è da buttare”. Dopo la parentesi nel teatro d’opera, sul finire degli anni ’80 in “Il papa e la strega” (1989), opera dall’impianto farsesco, ribadì la sua capacità di cogliere l’attualità e l’anticlericalismo.

Tra le opere più recenti si trovano “Grasso è bello”, “Sesso? Grazie, tanto per gradire” (1994), “Il diavolo con le zinne” (1998), “Il grillo canta sempre al tramonto” (2013), “La figlia del papa” (2014). Nel complesso la sua produzione ha sempre seguito le due strade della commedia farsesca e del monologo costruito sul modello di “Mistero buffo”. Col tempo egli accentuò la satira nei confronti del potere, utilizzando anche la tecnica del “teatro nel teatro”.

Anticonformismo, anticlericalismo, critica delle istituzioni (politiche, sociali ed ecclesiastiche) e della morale comune attraverso la satira sono alcune sue caratteristiche ben note. Innegabile inoltre è la sua capacità di far ridere, rifacendosi alle farse, ai vaudeville francesi (soprattutto quelli di Feydeau) e alla Commedia dell’Arte. Il personaggio frequente nelle sue opere è il “Matto”, ma vi si trovano anche ubriachi, prostitute e truffatori.

 

Franca Rame – (Parabiago, MI, 1929 – Milano, 2013) – attrice teatrale, drammaturga e politica. Apparteneva a famiglia di attori con antiche tradizioni teatrali (burattini e marionette). Esordì appena nata con ruoli da neonata nelle commedie della famiglia. Nel 1950 fu scritturata da Tino Scotti per la rivista “Ghe pensi mi” di Marcello Marchesi. Nel 1954 sposò Dario Fo, da cui ebbe il figlio Iacopo. Nel 1958, con Dario, fondò la “Compagnia Dario Fo-Franca Rame”. Nel 1962 presentò con Dario “Canzonissima”, ma dopo sei puntate i due furono costretti a lasciare la trasmissione per uno sketch che suscitò scandalo. Nel 1968 fondò, sempre con il marito, il collettivo “Nuova Scena”, che poi lasciò a causa di divergenze politico-ideologiche per fondare un altro gruppo, “La Comune”, impegnato in spettacoli nelle fabbriche, nelle case del popolo, nei circoli Arci e nelle scuole occupate. Insieme a Dario sostenne l’organizzazione “Soccorso Rosso Militante” e a partire dalla fine degli anni ’70 partecipò al movimento femminista. Il 9 marzo 1973 fu rapita, stuprata a turno da cinque uomini e torturata. Nel 1999 l’Università di Wolverhampton assegnò a lei e al marito la laurea “honoris causa”. Fu senatrice della Repubblica dal 2006 al 2008. Nel 2009 scrisse assieme a Dario “Una vita all’improvvisa”, la sua autobiografia. Nel 2012 fu colpita da ictus. Morì l’anno dopo, a 84 anni. E’ sepolta nella cripta del Famedio del Cimitero Monumentale di Milano, accanto al marito e al loro amico Enzo Iannacci..

 

Filmografia – Prese parte a 12 film e nel 1989 alla miniserie TV “Una lepre con la faccia di bambina”, diretta da Gianni Serra. Lavorò con registi di fama, tra cui Marcello Marchesi e Vittorio Metz, Carlo Lizzani (“La svitata”, 1956), Carlo Giulio Bragaglia (“Caporale di giornata”, 1958), Edoardo Anton e Carlo Infascelli (Follie d’estate, 1963).

 

Teatro e opere teatrali – E’ praticamente impossibile nominare tutte le partecipazioni di Franca a opere teatrali. Lavorò nella rivista con Marcello Marchesi e Metz e altri fino al 1957. Poi, fino al 1990, fu impegnata in tutte le opere del marito. Continuò l’attività di attrice da sola in teatro d’impegno politico-sociale fin quasi al 2012. Tra dicembre 2011 e marzo 2012, poco prima di essere colpita da ictus, con Dario riportò in scena “Mistero buffo”

Con Dario fu coautrice di alcune opere, tra cui “Parliamo di donne” (1976), “Tutta casa, letto e chiesa” (1977), “Coppia aperta, quasi spalancata” (1983) e “Coppia aperta, anzi spalancata”, “L’anomalo bicefalo” (1999), “Una vita all’improvvisa” (2009).

 

Coppia aperta, quasi spalancata – Fu composta a quattro mani nel 1982/83 e rappresentata nel dicembre al Teatro Ciak di Milano. Ovviamente l’interprete femminile era Franca. Nel 1987 ne fu anche realizzata una regia televisiva alla Tv svizzera RTSI. In questo testo brillante e divertente Dario e Franca riuscirono a rivestire di comicità e ironia il tema “impegnato” delle relazioni di coppia. E’ la storia tragicomica di una coppia sposata da anni e il cui matrimonio è a pezzi. Dopo innumerevoli tentativi di suicidio per le infedeltà del marito, Antonia accetta, benché a malincuore, la proposta di lui di tentare un esperimento di “coppia aperta”. Lui, però, non si rende conto delle conseguenze della loro decisione. Infatti…

In stile vaudeville l’opera denuncia con grande ironia la psicologia maschilista e retrograda degli anni ’80 e valorizza la sensibilità delle donne costrette a subire la stessa situazione della protagonista. “Coppia…” sembra possedere tutte le caratteristiche di un romanzo di formazione, in cui il protagonista o la protagonista lentamente cambia e si evolve, raggiungendo il pieno sviluppo della propria personalità. Infatti Antonia dalla disperazione più cupa, che la spinge a tentare il suicidio, giunge all’accettazione dell’esperimento di “coppia aperta” dalla parte maschile fino al superamento della stessa e, pare, all’emancipazione. Ma si è poi veramente emancipata? La questione è aperta.

 

L’allestimentoLo spettacolo è stato allestito rispettando rigorosamente il testo e le indicazioni degli autori. Questo ha permesso di evidenziare, con la massima semplicità l’ironia, la comicità e nello stesso tempo la situazione confusa e scivolosa che la protagonista si trova a vivere.

Durata: 1 h 15’ circa


Regia

Valter Delcomune
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Scena e costumi

Franco Ubezio

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Antonia, la moglie Rachele Bertelli

Un uomo, il marito Davide Uggeri

Il professore, l’amante Denny Dondi

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Collaborano

Fiorenza Bonamenti Sergio De Marchi Franco Ubezio


Servizio fotografico
Andrea Perina

Accoglienza
Wanda Demarchi Sandro Boninsegna
Con il patrocinio del


La guerra spiegata ai poveri

di Ennio Flaiano

dal programma di sala

Ennio Flaiano (Pescara 1910- Roma 1972) – Sceneggiatore, scrittore, giornalista, umorista, critico. Ultimo di sette figli, ebbe un’infanzia di viaggi tra Pescara, Camerino, Senigallia, Fermo e Chieti. Nel 1922 arrivò a Roma, dove compì gli studi secondari fino al liceo artistico. Si iscrisse poi alla facoltà di architettura, ma non terminò gli studi universitari. All’inizio degli anni trenta collaborò come scenografo con Anton Giulio Bragaglia, fece conoscenza con giornalisti ed editori e cominciò a pubblicare su riviste letterarie. Dal 1933 al 1936, dopo un soggiorno a Pavia per frequentare la Scuola Ufficiali, partecipò alla guerra di Etiopia. Di ritorno a Roma, nel 1939, cominciò ad occuparsi di cinema collaborando con “Oggi”, e frequentò spesso personaggi della vita letteraria e artistica romana, tra cui Aldo Palazzeschi, Carlo Levi, Sandro Penna, Vitaliano Brancati, Vincenzo Cardarelli, ma anche Irving Penn, Orson Welles ecc.. All’inizio degli anni quaranta cominciò a collaborare con diversi altri giornali per cui scrisse articoli di critica teatrale, recensioni letterarie e cinematografiche. Nello stesso anno sposò Rosetta Rota, sorella di Nino Rota e zia di Giancarlo Rota. Dal matrimonio nacque Luisa, soprannominata Lelè, che a otto mesi si ammalò di una gravissima encefalopatia. La malattia di Lelè segnò profondamente la vita di Flaiano. L’attività di sceneggiatore cinematografico del nostro iniziò nel 1943. Dal 1945 in poi prestò la sua opera in vari quotidiani e riviste. Nel 1947 vinse il primo Premio Strega con “Tempo di uccidere”. Dallo stesso anno fino al 1951 si concentrò solo su “Il Mondo”, di cui fu caporedattore. Contemporaneamente, e fino al 1971, fu a fianco di grandi registi. Ma non abbandonò l’attività di giornalista, pubblicando sul Corriere della Sera, Corriere d’Informazione, L’Espresso, poi dal 1964 su L’Europeo. Negli anni sessanta iniziò un periodo di viaggi e di relazioni internazionali: si recò in Spagna, a Parigi, ad Amsterdam, a Hong Kong negli Stati Uniti, ecc., collaborando anche con registi stranieri. Nel marzo 1970 ebbe un primo infarto, che lo indusse a ritirarsi dalla vita attiva e a riordinare tutte le sue carte. Pubblicò l’ultimo articolo sul Corriere della sera il 5 novembre 1972. Il 20 novembre fu colpito da un secondo gravissimo infarto, che gli fu fatale. L’amatissima figlia Lelè morirà vent’anni dopo. Nel 1974 fu istituito, in sua memoria, il Premio Flaiano per soggettisti e sceneggiatori, che si tiene ogni anno a Pescara.

Le caratteristiche della sua produzione – Autore molto eclettico, Flaiano spaziò in una grande varietà di campi, passando con facilità dal giornalismo alla prosa e alla scrittura umoristica, dalla critica teatrale e cinematografica al teatro e al cinema vero e proprio. Tutta la sua produzione, indipendentemente dal genere, si caratterizza per lo stile chiaro, colorito e forbito. Il suo genio multiforme sapeva cogliere gli aspetti più paradossali della vita e della realtà del tempo, che egli interpretò e descrisse con una vena ironica e satirica e un grande senso del grottesco. Dietro il riso, a volte amaro, che le sue farse, le sue affermazioni e i suoi aforismi suscitano vi è tuttavia, sempre, la profondità di un pensiero realistico, privo di illusioni e improntato ad un forte senso morale.

Flaiano letterato e giornalista – Esordì come narratore nel 1947, con “Tempo di uccidere” sulla sua esperienza in Etiopia, scritto in soli tre mesi, dietro richiesta di Leo Longanesi. Unico romanzo di Flaiano, “Tempo di uccidere” gli valse il primo Premio Strega. Egli scriverà poi solo racconti, tra cui “Una e una notte” (1959), “Il gioco e il massacro” (1970), che vinse il Premio Campiello in quello stesso anno. Nel 1956 Bompiani pubblicò “Diario notturno”, raccolta di articoli dalla omonima rubrica tenuta come redattore de “Il Mondo”. Nel 1972 pubblicò anche “Le ombre bianche”, raccolta di elzeviri (satire di costume). Postumo, nel 1973, uscì infine “La solitudine del satiro”, che raccoglie articoli pubblicati sul “Mondo” e sul “Corriere della sera”, insieme ad articoli vari, parzialmente inediti, raccolti dall’autore con il titolo “I fogli di Via Veneto”. Nel 1976 venne infine pubblicato “Il Diario degli Errori”, appunti dal 1950 al 1972, in cui l’Italia del tempo viene dipinta con ironia e a tratti con cinismo e disincanto.

Flaiano soggettista e sceneggiatore cinematografico – A partire dal 1942 la sua attività nel campo aumentò di anno in anno. In questo ambito egli lavorò molto con Federico Fellini, in “Luci del varietà”, “Lo sceicco bianco”, “Otto e mezzo”, “I vitelloni”, “La strada”, “Le notti di Cabiria” “La dolce vita”, “Giulietta degli spiriti” e con Antonioni in “La notte”. Egli ebbe tuttavia altre collaborazioni con Mario Soldati, Mario Monicelli, Alberto Lattuada, William Wyler, Dino Risi, Pietro Germi, per citare solo alcuni tra i registi più noti.

Flaiano drammaturgo – Nel 1939 cominciò ad interessarsi di teatro, di cui scrisse su “Oggi” e su “Europeo”. La sua attenzione si concentrò soprattutto sul teatro d’avanguardia, come il Living Theatre e le performance di Carmelo Bene. Esordì come autore drammatico nel 1946, con l’atto unico “La guerra spiegata ai poveri”. Altri atti unici vennero rappresentati nel 1960: “La donna nell’armadio” e “Il caso Papaleo”. Del 1960 è pure la versione teatrale di “Un marziano a Roma”, racconto omonimo del 1954. L’ultima opera teatrale “Conversazione continuamente interrotta” fu messa in scena a Roma, nel 1972, poco prima della morte dell’autore.

La guerra spiegata ai poveri – Flaiano compose “La guerra spiegata ai poveri” nel 1946. Vi lavorò pochissimo tempo e la fece rappresentare nel maggio dello stesso anno all’Arlecchino di Roma, un teatrino d’avanguardia. In quell’occasione un giovane Gassman interpretava il ruolo dell’usciere. Definita da un critico “brillante saggio di umorismo caustico e irriverente nei confronti dei miti della società borghese”, l’opera è una presa di posizione in chiave ironica, e più spesso farsesca e grottesca, contro la guerra e i suoi fautori ad ogni costo. La trama è molto semplice. Un gruppo di alti “papaveri” capeggiati da un Presidente e da un Generale sono riuniti per pianificare le strategie per una guerra appena iniziata. Nel corso dell’incontro essi esprimono la loro visione della guerra, che concepiscono come evento rassicurante e vantaggioso. Giunge ad un certo momento un giovane, che si rifiuta di andare alla guerra perché non sa che cosa sia. Tutti si danno da fare per spiegargliela e per esaltarne la bellezza e la poesia. Passa il tempo. La guerra sta finendo, ma il gruppo è ancora lì. Questa volta in attesa di progettare il prossimo conflitto.

I personaggi - La maggior parte dei personaggi è “sopra le righe”. I loro discorsi, infarciti di assurdità incredibili, dimostrano fino a che punto possono arrivare la cecità e la stupidità umana. Progettare la guerra e giocare con la vita degli altri sono per loro una specie di passatempo da perpetuare e nel quale indulgere.

L’allestimento – La regia ha volutamente accentuato gli elementi satirici e grotteschi del testo, puntando sul contrasto tra la serietà con cui i personaggi discutono e la vacuità delle loro considerazioni. L’azione si svolge in un ambiente pieno di giocattoli, una specie di sala giochi e, per evidenziare gli aspetti ludici della situazione, i personaggi si trastullano con i vari oggetti, mentre discutono di piani, si armamenti e di vite umane da sacrificare.

Durata prevista: h.1.20 circa

Regia

Sergio De Marchi

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Il Presidente - Ivonne Paltrinieri
Il Generale -  Sergio De Marchi
La Signora -  Fiorenza Bonamenti
Il Perito Religioso -  Angela Fornacciari
Il Consigliere -  Pierangela Giavazzi
Il Giovane -  Marco Ferrari
Gabriella Ferramola - Il Ministro
Nini - Bruna Campi
L’ambasciatore -  Olga Kashchuk
Lo Studente  -  Tes Lazzarini
L’Usciere - Sandro Boninsegna

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Collaborano

Valter Delcomune Franco Ubezio Wanda Demarchi

Servizio fotografico

Andrea Perina

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Con la collaborazione di FALEGNAMERIA VENERI


Con il patrocinio del

Georges Feydeau
Sarto per signora

dal programma di sala

Georges Feydeau, commediografo e attore francese (Parigi, 1862 - Rueil-Malmaison, 1921). Era figlio del romanziere Ernest Feydeau e di una giovane polacca, ma voci attribuivano la sua paternità a Napoleone III o al Duca di Morny. Già a sette anni componeva per il teatro, infatti abbandonò presto gli studi per dedicarsi alla sua passione come autore, attore e regista. A 19 anni presentò al pubblico la sua prima opera, “Par la fenetre”. Continuò a comporre, ma solo con “Sarto per signora” (1886), il suo primo vaudeville, ottenne un grande successo. Per essere consacrato autore di fama dovette però attendere fino al 1892, quando presentò “Monsieur Chasse”, “Champignol malgré lui”, e “Système Ribadier”. Preso nel vortice della droga (che consumava per stimolare l’immaginazione), del gioco e delle relazioni extraconiugali, cominciò ad ispirarsi alle sue scappatelle per scrivere i suoi vaudeville. Malgrado alcuni “fiaschi”, il favore del pubblico non lo abbandonò mai, ma più volte egli si trovò in situazioni finanziarie precarie. Nel 1909 lasciò la moglie, che gli aveva dato quattro figli, e si istallò al Grand Hotel Terminus, dove visse circa 10 anni. Ricoprì posizioni di rilievo in istituzioni nazionali e concorsi, e fu nominato anche “Ufficiale della Legion d’onore” (1913). Amico di Sacha Guitry, fu suo testimone di nozze nel 1919. In quell’ anno gli fu diagnosticata la sifilide, che gli procurò gravi turbe psichiche. I figli lo internarono in una clinica a Rueil-Malmaison, dove morì due anni dopo.

Le opere e le caratteristiche della sua produzione – L’attività di autore di Feydeau fu febbrile. Egli compose tantissimo: monologhi, opere in uno, due e tre atti. Molte delle sue commedie sono ancor oggi rappresentate e applaudite. In particolare si ricordano “Sarto per signora” (1886), “Il gatto in tasca” o “A scatola chiusa” (1888), “La palla al piede” (1894), “L’albergo del libero scambio” (1894), “Il tacchino” (1896), “Occupati d’Amelia” (1908), e “Dove vai tutta nuda” (1911). Feydeau si occupava personalmente anche della messa in scena, della scenografia (scena, luci e costumi), di cui dava indicazioni precise nei testi.

Le sue opere sono dei vaudeville. Inizialmente col termine si indicava una commedia intervallata da canzoni, musica e ballo. Nella seconda metà dell’’800, ci si riferiva invece a commedie brillanti, basate su equivoci e colpi di scena. Feydeau fu uno dei maggiori esponenti del vaudeville strutturato, che intrecciava più azioni legate tra loro da malintesi o equivoci, che coinvolgevano tutti i personaggi. Nella maggior parte delle sue opere c’è una predominanza di figure femminili, che possono essere suddivise in tre tipi, “la borghese velleitaria”, “la cocotte di buon cuore” e la “bisbetica non domata”. I tre tipi corrispondono nell’ordine alle tre fasi dell’opera di Feydeau, benché possano presentarsi in embrione nei vaudeville di altri periodi. I personaggi maschili protagonisti sono il “pendant” della donna borghese, di cui sono mariti o spasimanti, mentre i personaggi complementari sono generalmente macchiette, che contribuiscono a mantenere elevata la comicità. L’equivoco, a volte sottile e raffinato, basato in genere sullo scambio di persone o di luogo, è l’elemento comico tradizionale del teatro di Feydeau. L’autore osserva con rigore il mondo che lo circonda e con altrettanto rigore, quasi “matematico”, lo rappresenta, cogliendo i vizi di una realtà sociale e dando agli eventi un ritmo incredibile. Al suo tempo, la sua abilità di creare situazioni comiche mise in secondo piano la satira spietata della borghesia parigina.

Sarto per signora – Fu la prima opera importante di Feydeau, rappresentata il 17 dicembre 1886 al Théatre de la Renaissance di Parigi.

Il Dottor Moulineaux, reduce da un mancato incontro al ballo con Susanna Aubin, è costretto a trascorrere la notte sulle scale di casa. Yvonne, sua moglie, spalleggiata dalla matrigna Signora Aigreville, fiuta il tradimento. Per incontrare più facilmente Susanna, Moulineaux prende in affitto da Bassinet, suo amico e paziente, un locale precedentemente occupato da una sarta. Ma nell’atelier dismesso, oltre a Susanna, arrivano Aubin, il marito di lei e due clienti della sarta, per cui il dottore è costretto a fingere di essere un importante “sarto per signora”. In seguito giungono anche Bassinet, la suocera di Moulineaux, Rosa, amante di Aubin e moglie “sparita” di Bassinet, e infine Yvonne, moglie di Moulineaux. Arrivi che provocano situazioni imbarazzanti e complicate per le varie coppie, due delle quali “scoppiano”. Tutto però si risolve alla fine, quando le coppie legali si ricompongono, se non che………. .

Come si comprende dalla trama, l’intera azione ruota intorno al personaggio di Moulineaux, donnaiolo e bugiardo, ma nell’opera compaiono già, benché in embrione, le caratteristiche della produzione dell’autore. Vi sono infatti abbozzati gli stereotipi della borghese velleitaria (Susanna) e della cocotte di buon cuore (Rosa), mentre i protagonisti maschili sono un marito-spasimante (Moulineaux), un marito-amante (Aubin) e un marito stolto, molto strano (Bassinet). Tutti i personaggi, comunque, comprese Stefania, Yvonne, la suocera, la cliente della sarta e pure Pomponnet, sono la chiara proiezione di modelli esistenti nella società. Feydeau li ha osservati, scelti, ricreati e tipizzati fino a trasformarli in “maschere”, sempre uguali a se stessi. Poi li ha calati in situazioni dal ritmo quasi frenetico, al limite dell’assurdo, in cui il dialogo è essenziale, scattante e imprevedibile.

L’allestimento - L’opera viene presentata in tre atti, come previsto dall’autore, con cambi di scena a vista. La regia ha cercato di rispettare il più possibile lo spirito dell’opera e di rendere la comicità così come Feydeau l’ha voluta e creata. E’ stata invece cambiata l’ambientazione, che anziché nell’ultimo ventennio dell’’800 viene situata negli anni cinquanta del secolo scorso.

Durata: 1h 40’ circa + intervalli
Regia e adattamento
Sergio De Marchi

 

Scena

Sergio De Marchi

 

Costumi

Ivonne Paltrinieri e Gabriella Ferramola

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Moulineaux, medico - Sergio De Marchi
Bassinet, amico e paziente di Moulineaux - Tes Lazzarin
Aubin - Marco Ferrari
Stefania, governante di Moulineaux - Fiorenza Bonamenti
Yvonne, moglie di Moulineaux - Gabriella Ferramola
Susanna, moglie di Aubin - Angela Fornacciari
Signora Aigreville, matrigna di Yvonne - Ivonne Paltrinieri
Rosa, moglie di Bassinet - Pierangela Giavazzi
Signora D’Herblay, cliente della sarta - Wanda Demarchi
Pomponnet, marito di una cliente della sarta - Sandro Boninsegna

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Collaborano

Bruna Campi Valter Delcomune Franco Ubezio

Servizio fotografico

Andrea Perina


Harold Pinter (Londra, 1930 – 2008) drammaturgo e sceneggiatore inglese. Nacque a Hackney, East London, in una zona operaia, da una famiglia ebrea, forse di origine ucraina e polacca. Frequentò una scuola classica locale, dove maturò la passione per il teatro e il cricket. Ottenne una borsa di studio per frequentare recitazione alla Royal Academy of Dramatic Art, ma lasciò la scuola dopo due semestri. Come obiettore di coscienza, rifiutò anche di fare servizio militare. Si dedicò poi a scrivere poesia e opere teatrali e per alcuni anni (1950-1956) lavorò come attore radiofonico alla BBC e dal 1954 al 1959 in compagnie di giro. Durante una tournée incontrò l’attrice Vivien Marchant, che divenne sua moglie e l’interprete dei principali ruoli femminili nelle sue prime opere. Nel 1958 esordì come commediografo in un piccolo teatro londinese con Il compleanno, ma l’opera fu stroncata dalla critica. Due anni dopo, invece, con Il guardiano ottenne un grande successo e il suo nome iniziò ad affermarsi sulla scena teatrale londinese Negli anni ’70 si dedicò maggiormente alla regia come Associate Director del National Theatre (1973). Nel 1977 lasciò la moglie per Antonia Fraser, figlia maggiore del VII Lord Longford, cattolica, che sposò nel 1980, causando uno scandalo. L’opera Tradimenti è considerata una rappresentazione di questa storia d’amore, ma in realtà si basa su una relazione che l’autore aveva avuto sette anni prima con una presentatrice televisiva. In campo politico Pinter fu molto attivo. Si oppose alla guerra in Nicaragua, al sostegno dato dagli USA alle dittature latino-americane e all’invasione dell’Afganistan e dell’Iraq da parte degli Stati Uniti. Sulla guerra in Iraq fu molto critico e definì il Presidente Bush un “assassino di massa” e Blair un “idiota”. Nel 2005 dichiarò che aveva smesso di scrivere per il teatro e che si sarebbe dedicato alla poesia e alla politica. Quello stesso anno gli fu assegnato il Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: “Nelle sue commedie scopre il baratro che sta sotto le chiacchiere di tutti i giorni e spinge ad entrare nelle stanze chiuse dell’oppressione”. Nel 2006 gli fu conferito il Premio Europa per il Teatro. Morì nel 2008, alla vigilia di Natale, dopo una lotta di sei anni contro un tumore esofageo.

Le sceneggiature – Per il cinema Pinter ha sceneggiato opere sue e di altri (circa 20). La sua fama come sceneggiatore iniziò con tre scritture per film di Joseph Losey, Il servo, 1963, L’ incidente, 1965, e Messaggero d’amore, 1971. Altra sceneggiatura importante fu La donna del tenente francese di Karel Reisz. Tra i film basati sulle sue opere teatrali figurano Il guardiano, 1963, Il compleanno, 1968, Il ritorno a casa, 1973, e Tradimenti, 1983.

Le opere teatrali – Fu autore di 29 opere teatrali e 15 sketch e coautore di due lavori per il teatro e la radio. La sua prima commedia fu La stanza, 1957, ma le sue opere non furono prese in considerazione fino al 1960, quando presentò Il guardiano. Nella sua produzione possiamo trovare tre tipi diversi di opere: le commedie della minaccia, le commedie della memoria e le commedie politiche.

Le commedie della minaccia (1957-1967) di solito iniziano con una situazione di grande quotidianità, apparentemente innocente, che diventa poi assurda e minacciosa, con i personaggi che si comportano in modo inspiegabile. Appartengono a questo gruppo La stanza, 1957, Il compleanno, 1958, La serra, 1958, Il calapranzi, 1959, Il guardiano, 1960, Il ritorno a casa, 1964, Un leggero fastidio, opera radiofonica, 1959, e Notte fuori, 1960..

Le commedie della memoria (1968-1982) esplorano le ambiguità, i misteri, le bizzarrie e altre caratteristiche della memoria. Tra le più note figurano Notte, 1969, Vecchi tempi, 1971, Terra di nessuno, 1975, Tradimenti, 1978, Voci di famiglia, 1981, Victoria Station, 1982, e Una specie di Alaska, 1982. Alcune delle opere tarde di Pinter, quali Party Time, 1991, e Chiaro di luna, 1993, attingono alla drammaturgia della memoria.

Opere e sketch politici (1980-2000) - In questa fase le opere tendono a diventare più brevi e più apertamente politiche, con critiche all’oppressione, alla tortura e ad altri abusi dei diritti umani. In questo gruppo troviamo l’atto unico Il bicchiere della staffa, 1984, Il linguaggio della montagna, 1988, The New World Order, 1991, Party Time , 1991, Chiaro di luna, 1993, e Ceneri alle ceneri, 1996.

Le caratteristiche delle opere teatrali di Pinter – Le sue opere teatrali appartengono al Teatro dell’Assurdo. Come Kafka e Beckett, i suoi più importanti predecessori, egli ripropone temi ricorrenti, alcuni più frequenti nelle prime opere, come ad esempio il senso di minaccia (vuoi fisica vuoi psicologica), ricordi ossessionanti, l’immagine della stanza, la sfiducia nei legami famniliari, l’incapacità di comunicare, la solitudine, ecc.. Le sue opere presentano una situazione o una serie di situazioni intrecciate, che evocano stati d’animo, sensazioni, atmosfere.

Egli usa una lingua diversa da quella degli altri esponenti dell’assurdo: i suoi dialoghi e i suoi monologhi riproducono fedelmente l’inglese parlato, con cliché, ripetizioni, banalità, errori di sintassi. Spesso essi presentano sfumature, qualità poetiche e musicalità dovute soprattutto all’esperienza di Pinter come attore e poeta. Pause e silenzi, a volte molto lunghi, sono frequenti nelle sue indicazioni di scena e sono importanti come le parole perché aumentano il senso di timore e di mistero e mantengono alta la tensione drammatica. Il suo stile particolare è stato definito “pinteresco”.

VOCI DI FAMIGLIA – Lo spettacolo comprende tre atti unici, Una specie di Alaska, Victoria Station e Voci di Famiglia, tratti dalla raccolta Altri Luoghi, preceduti da una introduzione.

Introduzione Fa parte di un gruppo di brevi opere sul matrimonio. Due coniugi rievocano il loro primo incontro in gioventù, quando si innamorarono. Essi rivivono il passato in modo diverso, ma con molta calma, benché tra loro queste differenze costituiscano una tragica linea di divisione, che potrebbe trasformarsi in abisso. Il tono dello sketch è malinconico. L’opera fu presentata per la prima volta nell’aprile 1969 al Comedy Theatre di Londra.

Una specie di Alaska – Pinter stesso rivelò la fonte di Una specie di Alaska: il libro “Risvegli” di Oliver Sacks sulla encephalitis letargica, un’epidemia che colpì il mondo nel 1916, e sul farmaco LDOPA, che apparentemente risolse il problema. L’opera, scritta nel 1982, presenta il risveglio di Deborah, dopo un letargo di 29 anni. Faticosamente, la donna ricorda sprazzi di vita, in cui compaiono madre, padre, il cane, il boyfriend ecc.. Alcuni critici hanno visto Una specie di Alaska come una metafora del passare del tempo e della sensazione che tutti o quasi tutti hanno o abbiamo di non averlo vissuto appieno o di non ricordare come lo abbiamo vissuto. L’opera fu presentata per la prima volta, con Victoria Station e Voci di famiglia , al National Theatre di Londra nell’ ottobre 1982.

Victoria Station – E’ un dialogo radiofonico tra un centralinista di radiotaxi e un tassista, fermo di fianco a un parco buio. Il centralinista vuole che il tassista prelevi un cliente a Victoria Station. Questi però rifiuta di muoversi a causa del cliente addormentato sul sedile posteriore, una lei, di cui si è follemente innamorato. L’umore del centralinista passa dallo sconcerto all’irritazione alla rabbia alla compassione. Anche il tono dell’opera cambia da comico a cupo e minaccioso. Infine il controllore cede.

Scritto anch’esso nel 1982, l’atto unico fu rappresentato come parte del trittico Altri luoghi al National Theatre di Londra, nell’ottobre del 1982.

Due curiosità: l’opera è stata rappresentata dalla Compagnia del Teatro Arsenale alla Stazione Centrale di Milano e nel carcere di San Vittore dalla Compagnia “La nave dei folli”, formata da detenuti ed ex detenuti.

Voci di famiglia – E’ un’opera radiofonica, che alterna, come in una corrispondenza epistolare, la voce di un giovane e quella di una donna, che sembra essere sua madre. Verso la fine interviene una terza voce, quella di un uomo, il padre del giovane. Ciascuno dei tre racconta la propria quotidianità e i propri ricordi da un punto di vista univoco, senza dar segno di ascoltare gli altri. Voci di famiglia sottolinea il difficile rapporto madre-figlio, le difficoltà di comunicazione e la disgregazione della famiglia. L’opera, scritta nel 1980, è stata mandata in onda per la prima volta nel gennaio 1981 dalla terza rete radiofonica della BBC.

L’allestimento -. La regia ha voluto riprodurre la versione originale degli atti unici, che furono presentati come opere radiofoniche. Percezioni, sensazioni, atmosfere vengono così costruite e trasmesse da voci “d’acciaio”, voci microfonate, con gli attori spesso nascosti. La scenografia ha assecondato questa lettura, creando barriere divisorie e un buio di “plastica”, che accentua il tema della difficoltà, quando non della mancanza, di comunicazione tra i personaggi.

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